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a cura dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale


12 febbraio 2009

Il «modello Peròn»




L’ America sta imboccando la strada verso il socialismo e la propria rovina. Numerose sono state le misure messe in atto per rimediare al declino dell’economia. Prima, nella primavera del 2008, si è avuto il programma d’incentivi da180 miliardi di dollari. Poi, nell’estate del 2008, il salvataggio della casa, da 345 miliardi di dollari, che è stato seguito entro l’autunno del 2008 dal salvataggio di Wall Street da 700 miliardi.

Ora, la Camera e il Senato hanno approvato un pacchetto d’incentivi di quasi 800 miliardi. Quindi, più di duemila miliardi di dollari sono stati spesi nell’inutile tentativo di rivitalizzare l’economia.

Stiamo imponendo ai nostri figli e nipoti il pesante onere della nostra assuefazione al governare in grande. E questo senza tenere conto del piano del Segretario al Tesoro Timothy Geithner che prevede che i contribuenti assorbano altri 2-4mila miliardi di debito per ripulire il sistema finanziario. In altri termini, l’America sta per essere sepolta sotto una montagna di debito, un debito che scatenerà un’impennata dell’inflazione, tasse schiaccianti e alti tassi d’interesse. Il che è la ricetta giusta per il disastro economico.

Il Presidente Obama sta giocando il ruolo di Franklin D. Roosevelt che Bush giocò rispetto a Herbert Hoover [il 31° Presidente Usa]. Negli anni 1930 Roosevelt sviluppò il liberalismo del suo New Deal partendo dalla politica statalistica di Hoover. Obama sta incrementando i massicci deficit di bilancio e le spese sconsiderate dell’amministrazione Bush. Ma, a differenza di Bush, Obama sta astutamente costruendo una coalizione elettorale stabilmente maggioritaria, così come fece Roosevelt.

Il piano d’incentivi riserva qualcosa per ciascuno dei gruppi d’interesse più vitali per i democratici: i sindacati degl’insegnanti, i capi delle grandi città, gli ambientalisti, gl’ispanici e gli afro-americani. I sostenitori più decisivi beneficeranno di costruzione di scuole, progetti infrastrutturali, lavori pubblici, ristrutturazione degli edifici pubblici a norma delle tecnologie «verdi», estensione del servizio sanitario e di assicurazioni contro la disoccupazione e disporranno di più denaro Stati e località a corto di soldi. Il piano è principalmente inteso non a stimolare l’economia, ma ad accrescere il raggio di azione e la dimensione del governo. Un maggior numero di cittadini dipenderà dalle elargizioni del governo. Il che rafforzerà il Partito Democratico e la sua élite liberal.

Come ha giustamente notato Jonah Goldberg della National Review, il moderno liberalismo americano è una forma di fascismo, altrimenti noto come socialismo nazionale. La sua meta è quella d’instaurare uno Stato centralizzato e dominato dalle corporation, in cui la classe dirigente lavorerà a trasferire potere dalla sfera privata a quella pubblica.

I liberal difendono i grandi diritti, i programmi sociali costosi e l’irregimentazione di quasi ogni ambito della vita della gente: dalla messa al bando del fumo e dalle politiche di ammissione alle università alla preghiera nelle scuole e a quante radio di destra si possano ascoltare. Essi cercano di dominare non solo la politica e l’economia, ma anche la cultura e le arti.

I liberal fondono lo statalismo e il populismo classista. Sono perennemente in guerra contro qualche nemico – o, almeno, soggetto percepito come tale – della nazione, sia esso i «ricchi», i repubblicani conservatori o i cristiani tradizionali. Bollano interi gruppi di persone – in America i bambini non ancora nati – come esseri subumani e privi di diritti. Credono che la politica e non la religione sia la salvezza dell’umanità. Fondano movimenti di massa che si basano su leader carismatici e messianici: Woodrow Wilson, Roosevelt, John F. Kennedy e Obama, conferendo loro qualità quasi divine di santità. Sono ossessionati dall’idea di usare lo statalismo al servizio dell’ingegneria sociale. Il liberalismo è divorato dalla sete di potere e contiene in sé i germi della propria autodistruzione: è l’ideologia del suicidio nazionale.

Il percorso disastroso su cui l’America è oggi incamminata è stato sperimentato da un altro Paese dell’emisfero occidentale: l’Argentina di Juan Domingo Perón. Negli anni 1940 e fintantoché, nel 1955, un colpo di Stato non lo estromise dal potere, Perón resse uno Stato fascista.

Ciò che è meno noto sull’Argentina è che prima della Seconda Guerra Mondiale era una potenza economica. A partire dal decennio 1880 e continuando con gli anni 1920 e 1930, il Paese era considerato uno delle più prospere e avanzate nazioni del mondo.

L’Argentina aveva una forte base industriale, floride esportazioni agricole e un’ampia classe media in espansione. Come l’America fungeva da calamita per immigranti di tutto il mondo, specialmente per gl’italiani. In quindici anni, però, l’Argentina da uno dei Paesi più ricchi divenne uno dei più poveri.

Ciò dipese in gran parte dalla politica peronista. Entrato in carica, Perón, con la popolare consorte Eva, instaurò uno Stato corporativo caratterizzato da una sfrenata spesa sociale, da elaborati programmi di Welfare, dal protezionismo, da un fisco vessatorio e da deficit galoppanti.

Perón faceva uso di una efficace retorica improntata alla lotta di classe, che attaccava il grande business, le banche, le corporation e la classe proprietaria; mentre sosteneva largamente i sindacati, facendone alleati-chiave del regime.

Il peronismo trasformò lo Stato argentino. La pletorica burocrazia e il massiccio intervento del governo promossero la diffusione della corruzione su larga scala. La pianificazione economica centralizzata distrusse la produttività e lo sviluppo. Il capitale d’investimento fuggì. L’inflazione e i tassi d’interesse volarono. Il ceto medio fu disfatto. L’indipendenza dei giudici venne minata e alla fine fu schiantata. La servile categoria degli addetti ai media fu cooptata fra gli alleati di Perón. Il suo culto della personalità – e quello di sua moglie Eva – favorì una clima di violenza e di persecuzione politica dei nemici del regime. L’Argentina divenne quindi il «caso umano» delle Americhe che oggi è.

Il fallimento del peronismo dovrebbe servire da avvertimento: il socialismo e un debito pubblico stellare possono ridurre in miseria permanente perfino le nazioni più ricche. L’America non è immune dalle leggi dell’economia. Repubbliche opulente come l’antica Roma, le città-Stato italiane e l’Argentina hanno visto dilapidare la loro ricchezza e non l’hanno più recuperata.

Obama sta facendo il primo pericoloso passo verso la versione americana del peronismo. I suoi seguaci lo vedono come un messia politico, un agente di mutamento rivoluzionario che promuoverà la coesione e l’unità della nazione. Egli e i democratici stanno saccheggiando lo Stato, usandolo come veicolo per ricompensare i propri sostenitori e per punire i nemici. È il nostro Caro Leader, la cui immagine è ovunque dalle riviste alle T-shirt ai cappellini da baseball. Sua moglie Michelle è la Eva Perón del nostro tempo: affascinante, chic, una creatrice di trend di moda amata dai media.

Cosa più pericolosa, Obama sta ricalcando lo stesso populismo statalista che non ha funzionato in Argentina e che non funzionerà in America. Il professor Philip Jenkins osserva ironicamente che gli Stati Uniti d’America rischiano di diventare «gli Stati Uniti di Argentina». Ha ragione. Coloro che non vogliono imparare dalla storia sono condannati a ripeterla.

Jeffrey Kuhner

Jeffrey T. Kuhner è giornalista del Washington Times e Presidente dell’Edmund Burke Institute di Washington.













Jeffrey T. Kuhner




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Il «modello Peròn»
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