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a cura dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale


(1° maggio 2005)


I martiri di Široki Brijeg



Da Mediugorje, come ricordo di un pellegrinaggio, mi è stato riportato un piccolo libro di padre Jozo Zovko OFM, intitolato La novena ai martiri di Široki Brijeg. Sapendo poco o niente del loro sacrificio e spronato anche dalla brevità dello scritto, l’ho subito letto, ricevendone in dono la scoperta di un episodio terribile, ma dal punto di vista cristiano straordinariamente ricco di significati, come, d’altronde, sono tutti gl’innumerevoli episodi, che hanno generato la legione di martiri del XX secolo. Il dovere di raccontarlo a chi non lo conoscesse è, peraltro, incrementato dalla circostanza che quest’anno ricorre il suo sessantesimo anniversario.

  Siamo nei giorni del crollo dell’occupazione tedesca dei Balcani e del trionfo dei partigiani comunisti di Josip Broz «Tito», quando, un po’ in tutta la Jugoslavia, inizia la grande vendetta contro i croati, accusati indiscriminatamente dei delitti commessi contro i partigiani monarchici e comunisti, contro musulmani ed ebrei, dal dittatore nazionalista e filo-nazista Ante Pavelič.

  Vittime delle violenze comuniste in Erzegovina, in quel primissimo dopoguerra, fra febbraio e maggio, quando il conflitto mondiale è ancora in corso, saranno circa settanta frati francescani e oltre settecento preti e altri religiosi, accusati di collaborazionismo. Scuole, biblioteche, archivi, registri parrocchiali saranno sistematicamente messi al rogo.

  Erano le tre del pomeriggio del 7 febbraio 1945, quando, scrive padre Jozo, in quell’angolo di Erzegovina croata, «[...] partigiani comunisti decisero di distruggere dalle fondamenta il simbolo cristiano e sradicare dal cuore del popolo la fede cattolica e la benevolenza e la riconoscenza verso i frati francescani».

  Il simbolo prescelto fu il santuario di Široki Brijeg, dedicato alla Madonna Assunta, che dodici frati francescani, «durante la dominazione turca della Bosnia Erzegovina», avevano costruito nel 1846, in questa località — capoluogo del cantone di etnia croata dell’Erzegovina Occidentale, uno dei dieci della Federazione di Bosnia-Erzegovina, chiamata in epoca comunista Lištica e ora tornata alla vecchia denominazione —, non lontana da Mostar e da Medjugorje, e che nel tempo, con l’aggiunta di un convento, di un seminario e di una scuola ginnasiale, si era trasformato in un formidabile centro di diffusione della fede e della cultura cattoliche.

  Ai trenta religiosi che trovarono all’interno del santuario e del convento annesso, «i comunisti […] [cominciarono col dire:] “Dio è morto, Dio non c’è, non c’è il Papa, non c’è la Chiesa, non c’è bisogno di voi, andate anche voi nel mondo a lavorare”». Poi, uno di loro, buttato a terra il crocifisso, pose l’ultimatum: “Ecco […] adesso potete scegliere la vita o la morte”. Ognuno dei religiosi s’inginocchiò e baciò la croce: avevano scelto tutti di non tradire, avevano scelto la morte, cioè, per il cristiano, la vita. Allora — continua la narrazione —, «i persecutori hanno preso i frati ad uno ad uno, li hanno portati fuori dal convento e li hanno uccisi; poi hanno cosparso di benzina i loro corpi e li hanno bruciati. I frati sono andati incontro alla morte pregando e cantando le litanie della Madonna», come testimoniarono «i militari che facevano parte del plotone di esecuzione», uno dei quali «[…] oggi, è convertito ed ha un figlio sacerdote e una figlia suora».

  Come sempre accade, la memoria pubblica dei martiri è impraticabile finché durano i martirizzatori: «i corpi dei trenta testimoni della fede [di cui sei avevano solo 20-21 anni, mentre il più anziano ne contava 80] sono rimasti nascosti sotto terra per anni e anni, non si poteva nominarli né fare alcuna commemorazione». La memoria privata, però, non si spegne e il sacrificio dei martiri continua misteriosamente a scaldare il cuore di tanti «poveri» uomini, che acquistano anche la forza di rischiare contro il rigoroso silenzio imposto dai carnefici, trasmettendo, magari a voce bassa e nell’orecchio del vicino, quei nomi e quella «storia» esemplare di morte e di vita.

  La catacomba è solo la serra per proteggere la crescita dei fiori della santità e il tempo che passa sono solo le sue stagioni di maturazione, finché si torna a rivedere il sole. Se ci fosse bisogno di conferme, mai come in questo caso si rivela la verità secondo cui «sanguis martyrum semen christanorum»: il sogno tragico dei persecutori è crollato, mentre il santuario, il più grande di tutta la Bosnia-Erzegovina, è rinato, più solido che mai. E i suoi campanili svettano ancora e le sue campane possono suonare in onore del nuovo Pontefice e nel negozio di souvenir mia moglie, come ogni pellegrino, può comprare il libro che racconta quella «storia»… Ma, soprattutto, a pochi chilometri da lì, a Mediugorje, è successo qualcosa di straor-dinario: la padrona del santuario ha deciso d’innalzarne uno molto, molto più grande…

  Aggiungo ancora qualche considerazione, di secondo piano, ma non priva di significato. Anzitutto, credo che meriti di essere sottolineato un aspetto a margine del racconto dell’episodio, perché fisicamente assai rappresentativa del postulato — e, trattandosi di una «filosofia della prassi» — della pratica della tabula rasa del passato praticata dall’ideologia dei persecutori per accelerare la costruzione del «mondo nuovo» e dell’«uomo nuovo»: «nella biblioteca del convento esistevano — si noti bene —, fino al 1945, circa centocinquantamila volumi che documentavano le tappe della storia e delle sofferenze del popolo croato di Erzegovina. Tutto è stato distrutto!», scrive Matteo Rossi nella sua prefazione.

  Una biblioteca di centocinquantamila volumi a Široki Brijeg, non propriamente nel cuore dell’Europa: oggi sembra incredibile! Ma se si leggono le brevi note biografiche dei martiri si può subito cogliere la congruità delle sue dimensioni; ancor di più, però, si possono cogliere, da questa lettura, la grandezza e la capacità pulsante di questo cuore, allora.

  Tra i francescani vittime dell’eccidio vi erano, infatti, laureati in filosofia e musica, lettere antiche e teologia, lingue romaniche e filologia classica, professori di latino e di greco, di tedesco e di francese, di matematica e di fisica; avevano studiato non solo nella vicina Mostar, ma a Zagabria in Croazia, a Lubiana in Slovenia, a Bratislava in Slovacchia, a Friburgo in Svizzera, a Cracovia e Breslavia in Polonia, a Graz, a Innsbruck e a Vienna in Austria, a Düsseldorf, Paderborn e Friburgo in Germania, a Lilla e a Parigi in Francia. Queste fredde elencazioni provano che lì, a Široki Brijeg, dove oggi l’Europa sembrerebbe lontana, allora essa — cioè la sua cultura, la sua storia, la sua religione, tutto quello per cui questo pezzo di mondo, senza confini fisici perfettamente definiti, si chiama Europa — era centrale e aveva un cuore grande e pulsante. Il cardiotonico era la croce, ma forse nel preparato c’era anche qualche goccia del vecchio impero asburgico…

  A Široki Brijeg si parlavano una molteplicità di lingue, s’incrociavano saperi e sapienze, ma, nelle ore canoniche e, quindi, nel tempo che conta, tutto si fondeva: la preghiera era in latino e il Pater Noster e l’Ave Maria in comune erano l’espressione della Costituzione di quell’Europa perduta e da ritrovare.

  «Sul finire dell’anno 1991, è stata presentata presso la Santa Sede di Roma la documentazione necessaria per l’inizio della causa di beatificazione dei […] martiri francescani» di Široki Brijeg. E il cunicolo «dove giacquero i corpi martoriati dei frati», da quel 7 febbraio 1945 fino alla riemersione in epoca post-comunista, diventerà presto una «catacomba» praticabile, con all’interno una Via Crucis. Attraver-sarla, fermarsi alle stazioni e rivedere infine il sole sarà come pregare per la canonizzazione di questi eroici testimoni della fede e per ritrovare, con la loro intercessione, quell’Europa perduta, che forse spiacerebbe a certi banchieri e ai tecnocrati, ma piacerebbe tanto a noi.

Guido Verna




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