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a cura dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale


21 novembre 2009

Rinasce un vecchio flagello




I l comunismo è vivo e sta bene. Il Muro di Berlino — simbolo di una Europa divisa dalla Guerra Fredda — è caduto il 9 novembre 1989. Il ventesimo anniversario dello storico evento [è stato] celebrato lunedì 9 novembre scorso.

La caduta del Muro di Berlino è largamente considerata come il momento finale del crollo del comunismo: l’Europa orientale è stata liberata dall’occupazione russa; due anni dopo l’Unione Sovietica si è disintegrata; dalle sue macerie sono emersi nuovi Stati indipendenti. Le nazioni baltiche — Lituania, Lettonia ed Estonia — hanno riguadagnato la libertà persa durante la Seconda Guerra Mondiale. Perfino l’Ucraina è sfuggita alla soggezione russa, realizzando il suo sogno di uno Stato nazionale. L’implosione dell’impero sovietico ha rappresentato un grande passo avanti per la libertà dell’uomo, consentendo a centinaia di milioni di persone di sfuggire alla tirannia comunista.

«Il mondo può tirare un sospiro di sollievo: l’idolo comunista, che diffondeva ovunque la discordia sociale, l’ostilità e una brutalità senza pari, che incuteva paura all’umanità, è crollato. È crollato per non risorgere mai più». Così Boris Yeltsin, il primo presidente della Russia post-comunista ha detto in un discorso al Congresso degli Stati Uniti.

Yeltsin però si sbagliava. Lungi dall’essere morto e sepolto, il comunismo rimane una forza potente, che è tuttora una minaccia per le nazioni occidentali che apprezzano la libertà e il capitalismo, perché le radici ideologiche del comunismo non sono state sconfitte. Il fascismo e il marxismo non sono mali diametralmente opposti, ma sono mali gemelli. Entrambi sono ideologie socialiste che si coniugano al partito unico, al collettivismo economico e alla militarizzazione della società. Entrambi sono implacabili avversari del capitalismo, del primato della famiglia e della civiltà ebraico-cristiana. Sono aggressivamente imperialisti, bramosi di dominio sul mondo.

La differenza maggiore fra essi è che, mentre il marxismo propugna la creatività del conflitto di classe, considerando la classe lavoratrice come il motore della rivoluzione nella storia, il fascismo fa suo il primato degl’impulsi primordiali: la razza, il sangue e la terra. Ma non c’è dubbio che i capi fascisti più importanti, Adolf Hitler e Benito Mussolini, si consideravano uomini di sinistra: erano «nazionalsocialisti», fondevano insieme statalismo e nazionalismo xenofobo.

La storia si ripete, Oggi, il virus comunista è semplicemente mutato e il suo discendente è il fascismo.

L’uomo forte della Russia Vladimir Putin è un ufficiale dell’ex KGB, uno che ha chiamato il tracollo dell’Unione Sovietica «la più grande tragedia del secolo ventesimo». Putin ha edificato uno Stato militarista, autoritario e «petrolifero», che cerca di ripristinare l’impero della Grande Russia. Mosca si sta immischiando negli affari interni dei suoi vicini: ha intrapreso una campagna di genocidio in Cecenia, ha lanciato una guerra di aggressione contro la Repubblica della Georgia, e ha inghiottito la Bielorussia. Putin aveva detto all ex Presidente George W. Bush che l’Ucraina «non è nemmeno uno Stato», chiedendo che Kiev si associasse a una nuova unione panslavistica.

Mosca sta adoperando anche le minacce, specialmente sfruttando la crescente dipendenza dell’Europa dalle forniture russe di petrolio e di gas naturale, intimidendo i suoi antichi Stati-satellite. Putin ha perfino costretto il Presidente Obama a colare a picco il sistema di difesa missilistica della Polonia e della Repubblica Ceca, abbandonando di fatto l’Europa dell’Est alla sfera d’influenza russa. In poche parole, Putin, sotto la vernice del nazionalismo, sta lentamente ricostituendo il vecchio ordine comunista.

Così anche la Cina. Da molti decenni il regime comunista di Pechino ha gettato a mare la pianificazione centralizzata e la collettivizzazione a favore di una crescita guidata dal mercato sotto uno Stato a partito unico leninista. Ma la liberalizzazione economica non ha portato al pluralismo politico: di fatto è accaduto esattamente il contrario. L’élite dirigente si è ancor più arroccata, cercando di ottenere legittimazione dal boom dell’economia cinese. Ma il Paese rimane disseminato di campi di lavoro schiavistico, il dissenso è schiacciato, i cristiani e il Falun Gong sono perseguitati, e i dissidenti marciscono in prigione. Ancor più sinistramente, Pechino usa il suo recente benessere per intraprendere un massiccio rafforzamento militare. Inoltre, propugna l’ultranazionalismo e il revanscismo etnico, minaccia Taiwan, continua a reprimere il Tibet, strangolando gradualmente il Paese soggiogato. Pratica sistematicamente la pulizia etnica delle tribù musulmane alla frontiera occidentale, importa cinesi Han per diluire le popolazioni native. L’obiettivo della Cina è di diventare il padrone dell’Asia, eclissando la potenza americana nel Pacifico.

Mosca e Pechino non hanno abbandonato la loro rivalità con l’Occidente, specialmente con gli Stati Uniti. Sono il cuore di una nuova alleanza internazionale neo-marxista che vuole comprimere e minare la potenza americana. Hanno fornito aiuti economici e sostegno militare alla Corea del Nord stalinista, stanno aiutando il Venezuela di Hugo Chavez a esportare la sua rivoluzione bolivarista e socialista in America Latina, senza escludere nemmeno l’attuazione di programma nucleare, stanno contribuendo a puntellare la Cuba di Fidel Castro, hanno venduto tecnologia missilistica e nucleare di vitale importanza agli apocalittici mullah dell’Iran. Stanno altresì costantemente ostacolando la guerra globale contro il terrore: sia che si tratti di Iraq, di Pakistan, di Sudan, di Hezbollah o di Hamas, gli sforzi americani e israeliani per sconfiggere i militanti islamisti hanno trovato un vigoroso oppositore nell’asse russo-cinese.

Il comunismo non è morto nel 1989. Come un camaleonte, è mutato, passando dall’internazionalismo marxista al nazionalsocialismo: i leninisti rossi sono diventati i fascisti neri. Il nocciolo, tuttavia, rimane sempre quello: odio per l’America e per tutto ciò che essa rappresenta. L’Occidente può aver schiacciato l’impero sovietico, ma non ha schiacciato la mostruosa ideologia che lo ha prodotto e che ancora vive: chiamiamola pure «Guerra Fredda 2.0».

Jeffrey Kuhner

[Articolo apparso su The Washington Times, domenica 8 novembre 2009; trad. redazionale]

Jeffrey T. Kuhner è giornalista del Washington Times e Presidente dell’Edmund Burke Institute di Washington.













Jeffrey T. Kuhner




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(12 febbraio 2009)



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