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a cura dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale


(10 febbraio 2005)

«Il cuore nel pozzo»


Il cuore nel pozzo, la fiction sulle foibe che Rai1 ci ha presentato — in «prima serata» — la sera del 7 e dell’8 febbraio scorsi, si presta a qualche riflessione.

In primo luogo sul prodotto filmico, che — giudico da fruitore e non da specialista —, tutto sommato, a parte qualche imprecisione e anacronismo — la jeep , in realtà una «Campagnola» dei «titini»; le strane divise ante 8 settembre, ma in buone condizioni, dei soldati italiani, che entrano in scena nel finale; il bambino che entra nella foiba a cercare i genitori e poi ne esce illeso — e, nonostante l’esilità della trama e il livello non eccezionale di alcuni degli attori, risulta abbastanza appassionante e di buona presa emotiva.

Se il discorso si sposta invece sull’impatto che nella memoria e nel giudizio di chi ascolta e vede ha avuto la ricostruzione storica sottostante alla vicenda dei bambini e del prete in fuga, c’è da dire che l’efficacia del «prodotto», cioè la sua capacità evocatrice ed simbolica, pare superiore alla sua qualità intrinseca.

Quasi tutti gl’ingredienti iconografici della tragedia degl’italiani giuliani, istriani e dalmati paiono esserci. L’aggressione delle milizie comuniste, i rastrellamenti e i saccheggi, la selezione di classe delle vittime (medici, maestri, sindaci), le lunghe colonne di profughi in fuga verso la costa, le fucilazioni sull’orlo delle voragini carsiche, la violenza contro le donne — che abbiamo imparato poi a chiamare «stupro etnico» —, l’odio etnico, il piroscafo — che si staglia sullo sfondo e che vuole dire allo stesso tempo salvezza, ma anche certezza dell’abbandono delle cose più care e, per molti, di non ritorno —, l’onnipresenza della stella rossa mentre tutto ciò avviene.

Vi è anche qualche elemento di reticenza o di ambiguità: per esempio, parrebbe che a spingere inesorabilmente il comandante partigiano comunista a impadronirsi dei piccoli orfani vi sia solo il desiderio di ricuperare il proprio figlio, sottrattogli dalla madre, sua ex moglie. Oppure si sente più spesso nominare i «titini» che non i comunisti. Ma non pare incidere più di tanto.

Non trascurabile — anche se la praticabilità di tale scelta è ancora storicamente tutta da verificare — è anche il messaggio che scaturisce dalla decisione dell’ex soldato e degli altri soldati italiani apparsi nel finale — e in certa misura sorprendentemente anche del sacerdote — di impugnare le armi per difendere i civili dal massacro.

Dunque, un’operazione di rievocazione abbastanza riuscita, accompagnata da un efficace ricupero della memoria di una vicenda per troppi anni «silenziata» e rimasta nel ricordo di una minoranza, per lo più sponsorizzata solo dal partito neo-nazionalista, quello missino. Certo, arriva dopo sessant’anni e solo grazie al clima favorevole creato da un governo di centro-destra.

E questo sdoganamento di memoria è significativo anche a un altro riguardo.

Se fino a poco fa parlare di foibe attivava inevitabilmente il riflesso automatico dell’accusa di fascismo, e, anzi, il timore di finire così catalogati inibiva addirittura gli orfani, i figli, i superstiti dal riparlare con orgoglio delle sofferenze patite, ciò è dipeso senza dubbio dall’inimmaginabile potenza della enorme e anonima rete stesa sulla cultura e sull’editoria italiana dalle organizzazioni comuniste per oltre cinquant’anni: dal partito, dai fiancheggiatori, dagli agenti di disinformazione sovietica — chi ha letto il romanzo Il montaggio di Vladimir Volkoff ne sa qualcosa —, dagli «utili idioti» di ogni colore. E questa strapotente macchina che da un lato «pompa» tutto ciò di scritto o di mediatico che «fa Rivoluzione» e dall’altro boicotta, sabota, rallenta, vanifica con tecniche raffinatissime e spregiudicate tutto ciò che è riconquista della verità in qualunque ambito, esiste ancora: è meno forte, più in crisi ideativa, priva di disciplina, qualche iniziativa editoriale «sfugge», ma la grande inerzia accumulata, l’enorme «apparato», le cento e cento piccole e grandi «talpe rosse» dispiegano ancora i loro effetti.

L’argomento che di norma viene ora esibito in alternativa all’epiteto di «fascista», sempre meno giustificabile a misura che passano i lustri, è che le violenze e la pulizia etnica anti-italiana fossero frutto diretto delle violenze perpetrate dagl’italiani a fianco dei tedeschi durante la dura repressione della guerra partigiana nei Balcani, fra il 1941 e il 1943. Queste violenze ci furono e credo siano ancora tutte da narrare: il poco che è affiorato finora — anche perché insabbiato dagli stessi italiani — mette paura… E certamente hanno avuto il loro peso nell’animosità anti-italiana.

Ma si trattava pur sempre di operazioni anti-partigiane, di azioni di contro-guerriglia, condotte da soldati di professione, che si concludevano certo con le forche, i plotoni di esecuzione, gli incendi di villaggi e di fattorie: una guerra «asimmetrica» e, come tutte le guerre di occupazione, priva di regole, sanguinosa e vile. Erano di norma azioni militari contro soldati irregolari — i partigiani nazionalisti e comunisti —, che coinvolgevano spesso anche i civili, vista anche l’impossibilità di distinguere in molti casi questi dai soldati regolari.

In Istria e in Dalmazia viene invece messo in atto freddamente un enorme piano di «pulizia etnica» — come tragicamente si vedrà ripetere fra serbi e croati, fra serbi e bosniaci, fra bosniaci e croati, fra serbi e kosovari, nel corso delle guerre balcaniche degli anni 1990 — e allo stesso tempo di guerra di classe, per eliminare l’intera classe dirigente, italiana e no. Nelle gole carsiche cadono soldati italiani, autorità sociali, ex fascisti, finanzieri, carabinieri, persone qualunque denunciate dal vicino, slavo o solo nemico, soldati tedeschi, persino soldati alleati. E le violenze sui civili — anche la loro devastante e altrettanto deterrente brutalità — non sono accidentali, ma il cuore del piano terroristico.

E questo sposta la riflessione su un’altra tragica realtà del «secolo del male», il Novecento, che non accenna purtroppo a cessare nel nuovo secolo. Questi italiani, vittime della violenza slavo-comunista, avevano accolto con entusiasmo la vittoria italiana nella prima guerra mondiale, il crollo dell’Impero e l’incorporazione di gran parte di loro nel Regno. Così pure avevano, come milioni di italiani, forse con qualche ragione in più, aderito alla dittatura fascista. Ma i fasti dell’italianizzazione post-bellica e la politica autoritaria mussoliniana nell’Adriatico e nei Balcani li avevano indotti a sottovalutare che dietro tali fasti si nascondeva un demone, un demone non solo italiano, anzi molto diffuso, ma anche italiano: il nazionalismo moderno, naturalistico e irreligioso, con i suoi falsi idoli, la sua politica di oppressione culturale, con i suoi corollari di snazionalizzazione forzata e discriminazione sociale.

E sono finiti schiacciati, loro malgrado, fra i contraccolpi della tremenda lotta scatenatasi durante il conflitto mondiale fra il nazionalismo italiano e il terribile e pluricipite nazionalismo slavo, che aveva già dato prova di sé agli inizi del secolo e che era stato la causa immediata del primo conflitto mondiale.

Questi italiani «di cultura», queste antiche comunità mercantili formatesi lungo le coste del mare Adriatico, non erano né gl’italiani di Mussolini e nemmeno forse quelli di Vittorio Veneto e di Fiume: erano quelli di Francesco Giuseppe, se non addirittura quelli della Repubblica di Venezia. Per secoli avevano coltivato la loro squisita italianità all’interno di strutture politiche pluri-nazionali, che favorivano la convivenza fra le comunità, e avevano vissuto in relativa pace con gli slavi: solo con l’esplodere delle passioni etnico-nazionali intorno al primo conflitto europeo questa convivenza s’incrina e a poco a poco si sostanzia di rancore e vendetta, fino a trasformarsi in tragedia.

Vi sarebbe molto da dire, da ultimo, sulle colpe dei comunisti italiani nel dispiegarsi del dramma degl’italiani adriatici e per aver per decenni coperto politicamente l’operato di Palmiro Togliatti — già durante la prima occupazione «titina» di Trieste nel 1943 e poi, anche come ministro italiano, a guerra finita —, nonché, come detto, per essere stati i principali responsabili della pluri-decennale copertura storiografica e culturale delle foibe.

Ma oggi prevale l’omaggio e l’onore alla memoria di questi italiani travolti dal secolo dei Lager e dei GuLag. Una memoria forse finalmente ricuperata, se viene solennizzata per la prima volta dallo Stato italiano durante la «Giornata della Memoria», oggi 10 febbraio 2005. Sul Corriere di oggi lo scrittore Claudio Magris sostiene, a ragione, che «l’atto del ricordo […] è carità e giustizia per le vittime del male e del dolore, individui e popoli scomparsi talora anche in silenzio e nell’oscurità, schiacciati dal «terribile potere di annientamento» della Storia universale, come la chiamava Nietzsche. La memoria è resistenza a questa violenza; essa significa andare alla ricerca dei deboli calpestati e cancellati».

Una memoria che non deve suscitare rivalse o rinfocolare odi, tanto più odi nazionali o etnici. Gli antichi persecutori hanno sofferto anche loro già abbastanza attraverso cinquant’anni di comunismo e, ancor di più, con le tremende guerre intestine scoppiate al suo sanguinoso tramonto.

«La memoria — dice bene ancora Magris — è il fondamento di ogni identità, individuale e collettiva, che si basa sulla ibera conoscenza di se stessi, anche delle proprie contraddizioni e carenze, e non sulla rimozione, che crea paura e aggressività».

Una buona cosa dunque se, anche attraverso un evento di genere «minore», si è fatto qualche passo verso una miglior consapevolezza della nostra italianità.

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