a cura dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale
(31 gennaio 2008)
La nuova Repubblica avrà ancora il naso di Pinocchio?
Franco Marini
«Debbo dire che circa da un anno vado dicendo che la responsabilità che ho è già grande e non aspiro quindi proprio ad avere alcun altro incarico» (il Gazzettino, 26-1-2008). «Non sono disponibile ad incarichi» (Libero, 27-1-2008). «Non aspir[o] a nessun incarico. Debbo dire che circa da un anno vado dicendo che la responsabilità che ho è già grande e non aspiro quindi proprio ad avere alcun altro incarico. Ci sarà la saggezza e la capacità del presidente della Repubblica a guidare questa nostra crisi» (Avanti!, 26-1-2008).
Queste le dichiarazioni rese dal presidente del Senato, sen. Franco Marini, all’indomani della caduta del governo Prodi, quando già si ventilava — ma era praticamente dai primi difficoltosi vagiti del governo di sinistra-centro che se ne sentiva parlare — un suo possibile ruolo di solutore della crisi e di traghettatore verso nuovi assetti politici.
Ieri nel pomeriggio, tre giorni soltanto dopo le dichiarazioni che ho riportato, Marini ha accettato il mandato esplorativo dal presidente Napolitano.
Ora, una interpretatio pro bono suggerirebbe uno scenario del tipo: l’ottantatreenne Napolitano, preoccupato, preme sul settantacinquenne ex sindacalista cislino Marini, il quale, riluttante, stanco dei troppi incarichi — ma quali sono, oltre alla presidenza della pur turbolenta Camera alta? —, cerca di smarcarsi, ma alla fine cede alla «saggezza» del Colle e si addossa, per il bene della patria, l’ennesimo onere. In fin dei conti mutare opinione sotto la spinta di ragioni di forza maggiore non è censurabile.
Ma vi è anche un’altra lettura, un po’ maliziosa ma forse più aderente al vero. Il cambiare idea — e così repentinamente — potrebbe invece indicare che si sia trattato di un gioco delle parti, di un fuoco di sbarramento, di polvere negli occhi per coprire il gioco reale, per depistare i politologi.
Se così è, però, si tratta dell’ennesima — quello di Marini non è certo l’unico caso — conferma di un cattivo costume, riflesso di un machiavellismo di quinta mano, assai diffuso nella politica moderna, ma che ha avuto una particolare acutezza nella politica-partitica italiana del dopoguerra, durante la Prima Repubblica, ma anche nella Seconda, posto che questa sia mai nata.
Immagino subito l’obiezione: «la politica è anche questo». Sarà anche così, ma non si può non convenire che si tratta di un costume assai poco nobile e per nulla anagogico. E soprattutto quest’abitudine di dire per non dire, di non dire per dire, di dire e poi fare l’opposto, di dichiarare per poi smentire, mal si concilia con l’asserito bisogno di rinnovamento della vita politica italiana.
Nessuno è tenuto a esternare propositi, ma, se lo fa, deve tener fede a quanto dice. Tutta l’architettura politica e sociale del Medioevo cristiano — per fare un esempio —, un’architettura che ha «tenuto» per dieci secoli, si è basata sulla parola: questa era la sostanza di quel rapporto feudale che la modernità a torto ha considerato l’abisso di ogni abiezione.
Da dove si può ripartire per ricostruire un ambiente sano e un rapporto di fiducia fra la classe politica e il corpo sociale se la prima non ricomincia a dire la verità, a mantenere la parola data, a tener fermo sulle scelte operate?
Se si continuerà a fare come Marini, in toto — non solo per ragioni anagrafiche — uomo della Prima Repubblica, ogni tentativo di rinnovamento partirà viziato in radice e non produrrà altro che i carducciani «frutti di cenere e tòsco». Davvero il «rifondatore» parte con il piede sbagliato…
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