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a cura dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale


(23 agosto 2008)

Italia 2008: fra «coriandoli» e «mucillagini»




L e diagnosi sulla condizione del Paese si vanno facendo sempre più frequenti e impietose. Non alludo ai rapporti «tecnici» — peraltro non poco allarmanti — che periodicamente illustrano lo stato di salute della nostra economia o del nostro tessuto sociale, ma a letture complessive che intellettuali qualificati hanno espresso nel recente passato sulla base dai dati più o meno oggettivi forniti dalla sociometria. Queste letture sono accomunate dalla individuazione delle radici della nostra crisi — e qui sta la loro novità e il perché vale la pena parlarne — nella sfera morale, anche se poi le soluzioni indicate non sempre sono le stesse, né hanno pari potenzialità attuative, né, ancora, sono altrettanto condivisibili quanto l’aspetto diagnostico.

Negli ultimi tempi, per esempi, notevole eco hanno avuto le icastiche e genuinamente simpatiche esternazioni dell’autorevole sociologo Giuseppe de Rita, il cui rilievo viene ulteriormente rafforzato dall’essere questi non solo uno studioso o un accademico, ma il presidente del Centro Studi Investimenti Sociali, più noto come Censis, cioè di un istituto privato, ma prestigioso, la cui missione è proprio quella di attuare periodici assessment dello stato della società italiana e di produrre ogni anno un rapporto assai dettagliato e attendibile.

La diagnosi di de Rita — formulata a più riprese e in diversi luoghi a partire dall’estate dello scorso anno — è particolarmente «forte» e radicale: il Paese si presenterebbe oggi come un aggregato allentato e informe, fatto di individui e di gruppi per definire il quale l’unica metafora calzante sarebbe quella di «coriandoli» — una «società a coriandoli», la «coriandolizzazione della società» — oppure di «mucillagine», cioè — con riferimento a quelle marine che hanno occupato le cronache estive degli ultimi anni — una materia che galleggia a chiazze, stratificata e priva di moto proprio e di vita, oppure ancora di «poltiglia» — «miscuglio semiliquido, spec. appiccicoso e di aspetto disgustoso» per il dizionario De Mauro-Battaglia e «massa più o meno consistente e appiccicosa di sostanze polverose o farinose mischiate con acqua o altri liquidi […]; spesso con allusione a un aspetto disgustoso» secondo il dizionario Treccani.

Una frantumazione e una devitalizzazione che vanificano lo stesso lavoro del sociologo, che si vede sfuggire di mano, come sabbia fra le dita, la materia stessa del suo conoscere scientifico e della sua azione civile.

Non prendo volutamente in considerazione — per ragioni di spazio — le ripetute valutazioni e i moniti in analogo senso che la Conferenza dei vescovi italiani ha fatto e continua a fare a più riprese sulla crisi della società italiana — oltre che sulla Chiesa — in occasione delle sue periodiche assise, anche se — occorre dirlo — in toni meno amari e più ricchi di speranza di cambiamento che non quelli deritiani e degli autori che citerò più oltre.

* * *

Restando dunque sul piano «civile», nelle scorse settimane si sono succedute due significative prese di posizione, una del politologo Ernesto Galli della Loggia, l’altra del padre della sociologia italiana Sabino Acquaviva, che fanno non poco pensare.

Galli della Loggia sul Corriere della Sera di martedì 22 luglio lanciava l’allarme sul decadimento del ruolo della cultura pubblica nell’opera di elaborazione identitaria e soprattutto nella mancata indicazione di quelle mete ideali necessarie per poi poter chiedere agl’italiani di spendersi per rivitalizzare il proprio Paese e per riposizionarlo più in alto nel consesso delle nazioni. Secondo Galli della Loggia «l’Italia di oggi appare un paese inerte», si assiste al «[…] venir meno di un’energia interiore, il perdersi del senso e delle ragioni del nostro stare insieme come Paese, delle speranze che dovrebbero tenere legato il primo alle seconde. È un lento ripiegare su noi stessi, un’incertezza che ci ha fatto deporre progressivamente ogni ambizione, ogni progetto. È l’invecchiamento di una popolazione che da anni non cresce; la consapevolezza deprimente che da anni siamo fermi, non facciamo, non creiamo, non costruiamo nulla d' importante, così come non risolviamo nessuno dei problemi che ci affliggono. È la sensazione che il Paese non ha più né un baricentro né una meta. Ed è la sensazione che nel frattempo le differenze sociali, culturali e quindi geografiche tra le varie parti della penisola si stanno approfondendo; che tutti i legami vanno allentandosi: tra le persone come all' interno delle famiglie e con le istituzioni. È la percezione impalpabile che ci stiamo allontanando pian piano dal centro della corrente: come se la storia contrastata ma viva, fertile e felice, della Prima Repubblica fosse giunta al capolinea, e non riuscisse a cominciarne nessun’altra. A un Paese così è necessaria una scossa». Bisogna dunque «[…] rianimare il Paese tutto, […] aiutarlo a riannodare il filo della sua storia, e dunque a ritrovare senso e identità, alla fine fiducia in se stesso. Istruzione e Cultura, infatti, hanno a che fare nella loro essenza con il Sapere, il Passato e la Bellezza, cioè con il cuore dell’identità italiana. Sapere, Passato e Bellezza rappresentano le tre grandi prospettive che da sempre caratterizzano e per più versi racchiudono l’intera nostra vicenda, le tre prospettive che da secoli sono valse a mantenere questa piccola penisola mediterranea al centro dell’attenzione del mondo, portando il nome italiano oltre ogni confine».

Il professore dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano vede soprattutto la carenza di propulsione, la mancanza d’idee, l’inerzia routinaria, l’appiattimento su questioni salariali, che affliggono gli organi dello Stato deputati alla promozione della cultura, cioè i ministeri della Pubblica Istruzione e della Cultura come una delle cause principali di questa decadenza. Per cui invita i rispettivi ministri — e quindi le forze politiche alle loro spalle, cioè il centro-destra al governo — a riconsiderare l’importanza dei dicasteri che dirigono, a riprendere in mano il loro ruolo tenendo conto del vasto e profondo impatto che ha sulla creazione e sul mantenimento di una coscienza nazionale degna di un popolo di antiche tradizioni.

Acquaviva, dal canto suo, è colpito, quasi folgorato — lo rivela in un articolo, che pare più uno sfogo, apparso sulle pagine culturali di Avvenire del medesimo 22 luglio — da alcuni dati recentemente diffusi e relativi alla regione Liguria, secondo cui qui cresce l’abbandono dei luoghi di culto cattolici e sale la domanda di luoghi di culto islamici, mentre, sotto altro aspetto, aumenta in maniera drammatica la senescenza della popolazione. Quest’ultima realtà — espressa da cifre assordanti come 60mila badanti contro circa 39.000 metalmeccanici; 4.351 nati contro oltre 10.224 morti nel 2007; sei anziani per ogni minore di 14 anni — configura per Acquaviva una vera e propria «tragedia demografica che ci travolge», verso la quale non vede le autorità assumere alcun provvedimento di contrasto e cautelativo. Né l’intellighenzia, soprattutto femminile e femminista, pare dar segni di voler invertire il trend drammaticamente e grettamente anti-natalistico. «Ad una società giovane, entusiasta, attiva, piena di passione e fantasia si andrà sostituendo — si domanda, con oggettiva angoscia, Acquaviva — un grande [ospedale] geriatrico come in Liguria? Ci spegneremo lentamente, o nei fatti un altro popolo proveniente dall’Africa e dall’Asia si sostituirà, almeno in parte, agli antichi italiani con una diversa popolazione giovanile e un’altra cultura?».

* * *

Che cosa segnalano queste prese di posizione di personaggi di grande spicco? Certo le posizioni che questi studiosi ora indossano per ambienti minoritari come quello conservatore sono abituali già da decenni, per cui la prima reazione per chi si situa in tali ambiti è sicuramente del tipo: «dejavu…» oppure «e se ne accorgono solo adesso?». Tuttavia, già la coscienza di vivere un periodo di offuscamento e di crisi di civiltà — un altro esempio di sociologo di livello che da anni ha già cominciato a «esternare» in tal senso è quella di Francesco Alberoni — dev’essere considerata anche in questa prospettiva un risultato apprezzabile, se si pensa all’ottimismo progressista che per troppo tempo ha dominato la scena. E, ancora, che si inizi a porre il dito sulla sfera etica e a indicare che l’autorità non è scevra di responsabilità «di missione» anche in questo ambito sembra anch’esso un passo avanti.

Che cosa si può aggiungere? Qualcosa credo si possa e si debba aggiungere. Per quanto concerne Galli della Loggia, pur condividendone l’analisi e la diagnosi, pensare che la prospettiva di soluzione da lui auspicata possa anche solo essere imboccata pare poco realistico: lo vietano la statura — non assoluta, ovviamente, ma in relazione allo sforzo da compiere — dei titolari, la farraginosità della macchina, l’eredità di una situazione gestionale compromessa, la mancanza di strumenti d’intervento concreti ed efficaci, il roccioso misoneismo di quadri e sindacalisti. Il favore e l’impegno espressi due giorni dopo — sempre sul Corriere della Sera — l’articolo dal ministro dell’Istruzione, Ricerca e Università on. Maria Stella Gelmini sono senz’altro lodevoli e a qualcosa serviranno ma paiono dichiarazioni alquanto temerarie. Eventualmente il ruolo invocato potrebbe essere svolto non da un ministro, ma da un capo del governo dotato di grandi prospettive e di carisma, di una forte tecnica politica, di risolutezza, di un ampio consenso e di libertà di azione. Cose anch’esse che è ben difficile, al di là dei diversi caratteri dei leader, intravedere da noi: altrove, dovela macchina politica è più semplice e meno burocratizzata, come per esempio nel Regno Unito, è possibile immaginare che nascano figure come Margaret Thatcher o anche Tony Blair: ma da noi…

E la prospettiva di una dittatura «tecnica» — un capo di governo con pieni poteri temporanei per rimettere ordine —, nel senso romano antico, anche solo nei termini pur sempre democratici di un Charles de Gaulle, non può neppure esser presa in considerazione per ragioni pregiudiziali… E anche se potesse attuarsi, ci sarebbe da chiedersi se sarebbe sufficiente alla bisogna. Benito Mussolini, tutto sommato, nonostante la forza del commitment avuto dalla Corona e dai «poteri forti», aveva di fronte problemi e strutture un po’ meno complessi di quelli su cui bisogna agire attualmente. L’Italia può rialzarsi, a mio avviso, solo se si rialzano gli italiani, uno per uno e se le strutture pubbliche favoriscono o, almeno, non ostacolano questo risollevarsi. E questo vuol dire, da un lato, meno creazione di vuoto morale «spinto» e, dall’altro, l’assottigliamento di quella cappa di piombo statalista e demoralizzante che da decenni — anche nel Ventennio — grava sul popolo italiano, impedendogli di scatenare tutte le grandi energie e i grandi tesori di virtù di un passato unico al mondo che ancora conserva.

Nel caso di Acquaviva, se l’allarme è senz’altro condivisibile, va detto che invertire trend come l’inaridirsi della fede cattolica e l’avanzata islamica oppure la denatalità e l’invecchiamento non è possibile per iniziativa di singoli o di gruppi, nemmeno di governi nazionali, se non nell’arco di molte generazioni. Si tratta di processi globali e trasversali che necessitano di essere gestiti a livello mondiale — G8 per esempio. Così pure, dato che Acquaviva è cattolico, non può vedere queste sfide, per gravi che siano, come un fattore di angoscia: certo sono problemi scomodi e difficili da affrontare, però tutte le generazioni hanno avuto i loro in hac lacrymarum valle — pensiamo ai nati alla fine dell’Ottocento che si sono beccati due guerre mondiali e vari altri conflitti minori — e bisogna continuare a pensare che la Provvidenza, il governo di Dio sul mondo, non è un’invenzione di teologi o di catechisti…

Da cattolico conservatore — mi si consenta un briciolo di revanscismo — mi pare opportuno segnalare agli studiosi che ho menzionato che diagnosi di crisi non sono mancate negli ultimi decenni, se non addirittura negli ultimi due secoli. Se vogliamo partire dalle idee e dalle loro conseguenze, non si può ignorare il tanto demonizzato Sillabo di Pio IX che già a metà dell’Ottocento metteva in guardia dalle conseguenze di tante dottrine naturalistiche, ateistiche e progressiste. Così dicasi delle diagnosi e delle prognosi che hanno individuato fin da subito nella sfera morale la radice della decadenza occidentale e che si ritrovano nel magistero di tanti Papi e di molti vescovi — basti pensare alla pastorale sul laicismo scritta dai vescovi italiani del 1960 — e dell’attuale Cei, che però sono sistematicamente ignorati o ridotti o deformati dai grandi media. In particolare consiglierei loro — ma li conoscono bene — di rileggere gli autori della scuola cattolica contro-rivoluzionaria, da de Maistre a Corrêa de Oliveira. Soprattutto il saggio-principe di quest’ultimo, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, dove troveranno in abbondanza elementi di diagnosi non episodica e soprattutto prognosi realistiche e indicazioni terapeutiche non casuali e avventuristiche che saranno loro davvero utili, se non illuminanti.





Pèriplo







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