«Cristianofobia»: un termine nuovo. Siamo talmente abituati a sentir parlare di «omofobia» o «giudeofobia» — assai meno di «islamofobia», termine pure impiegato —, che vedere questo suffisso applicato al cristianesimo può forse sollevare un senso di sorpresa.
In realtà introdurre questo ennesimo neologismo per denominare quell’atteggiamento, omologo ai precedenti, che fa avversare manifestazioni di diverso segno della religione cristiana pare sempre più legittimo.
Lo spiega — e lo impiega — l’autorevole rivista dei gesuiti italiani La Civiltà Cattolica, in un testo di padre Drew Christiansen — docente universitario e membro di numerose commissioni di studio della Conferenza Episcopale Americana, nonché deputy editor del settimanale America dei gesuiti di New York —, intitolato La difesa della libertà religiosa. La cristianofobia, apparso sul quaderno n. 3713 del quindicinale.
In questo articolo, in origine testo della relazione tenuta dal gesuita a un seminario organizzato dalle Nazioni Unite, svoltosi a Barcellona nel novembre 2004 sul tema Defamation of Religion and the Global Combat Against Discrimination, Anti-Semitism, Christianophobia and Islamophobia, si rileva per prima cosa la recrudescenza dell’intolleranza religiosa in genere negli ultimi decenni, in cui, al dissolversi dell’ideologia, sono riapparse le tradizionali aggregazioni comunitarie. In un quadro generale di tal tipo, l’intolleranza nei confronti delle denominazioni religiose cristiane, pur essendo fra le meno esibite da parte dei media, è uno dei fenomeni più macroscopici.
Padre Christiansen ne mette in evidenza tre cause principali: a) l’inizio della lotta, dopo l’11 settembre 2001, contro il terrorismo internazionale che ha oggettivamente «esposto» le comunità cristiane dei paesi islamici bersaglio dell’iniziativa anti-terroristica occidentale e americana in particolare; b) quello che viene definito il «secolarismo dogmatico», che ancora impregna paesi come la Francia e che costituisce una «tendenza subdola», che mira all’«esclusione de facto dei credenti dalla scena politica nelle società democratiche»; e c) l’insorgere del nazionalismo a base religiosa soprattutto negli scenari post-coloniali, come in India, di cui si vede l’origine proprio nei trattati di Westfalia del 1648, nati per porre fine alle guerre di religione, e un esempio invece di tolleranza fra religioni, al contrario, all’interno delle strutture imperiali sia di tipo ancien régime, come quello asburgico, sia di tipo coloniale, come quello britannico.
Soprattutto per i cattolici, ma con ampio coinvolgimento dei protestanti, alle origini dell’intolleranza anti-cristiana stanno altresì fenomeni come la difesa dei diritti umani, in particolare nell’America Meridionale e Centrale, e l’atteggiamento missionario delle comunità cristiane nei paesi a maggioranza non cristiana — dove spesso vigono leggi d’inusitato rigore contro le conversioni —, spesso frainteso nel senso di un proselitismo intollerante, mentre in realtà si tratta più spesso di una testimonianza e di una proposta, quasi mai innescata dalla gerarchia.
L’articolo esamina poi in maggior dettaglio le relazioni dei cristiani nei paesi musulmani — dove si assiste a situazioni variabili, da una condizione di quasi totale libertà come in Giordania a situazioni di grave impedimento come l’Arabia Saudita, il Sudan e il Pakistan — e in Israele e Palestina, dove sorprendentemente la pressione ebraica — che non arriva al livello di persecuzione — nei confronti dei cristiani è tutt’altro che lieve nonostante il quadro istituzionale sostanzialmente garantista. Lo conferma anche il recentissimo caso — non desunto dal testo di padre Christiansen — della devastazione da parte di drusi di un villaggio a maggioranza cristiana nel nord d’Israele, avvenuta nel sostanziale disinteresse delle autorità di polizia.
Per rimuovere le cause della cristianofobia il padre gesuita formula delle proposte, tutte assai lodevoli perché ispirate a un rispetto scrupoloso del principio di tolleranza e alla non violenza. Tuttavia esse risultano un po’ tutte altrettanto vaghe, di troppo lungo periodo e di troppo vasto orizzonte, nonché sostanzialmente affidate alla buona volontà delle potenze e delle organizzazioni internazionali.
In effetti occorre dire che in questo settore vederci chiaro non è semplice e le armi sono davvero poche, per cui l’iter da percorrere, quanto meno per restaurare un tessuto di relazioni inter-religiose accettabili, sarà senz’altro impervio.
Forse l’uso di un termine che implica e imputa, magari sotto sotto, in chi ne è latore una forma di patologia — «fobia» non vuol dire solo paura, ma designa una ben determinata forma di malattia psichiatrica — e analogo ad altri termini, almeno in area europea, francamente abusati o strumentalizzati per motivi di autodifesa da parte delle minoranze omosessuale ed ebraica, può parere fuori luogo e omologante. Va comunque rilevata l’efficacia dialogico-tattica di questa piccola «torsione» semantica e pare opportuna la campagna discreta che la Santa Sede sta svolgendo — ne dà notizia il Washington Times del 9 dicembre 2004 —, affinché il termine venga adottato a fianco degli altri nei dibattiti delle organizzazioni internazionali, come l'Onu e l'Osce. In effetti, se si cerca nei migliori dizionari inglesi il significato di omofobia (in inglese «homophobia») si ottengono queste definizioni: «paura o disprezzo per lesbiche e uomini gay. Comportamento basato su tale sensazione» oppure «paura irrazionale di o ostilità a o discriminazione contro l’omosessualità o gli omosessuali» oppure ancora «pregiudizio contro (paura o sgradimento) persone omosessuali e omosessualità». Se viceversa si cerca «christianophobia» non si trova nulla. Eppure le realtà richiamate dalle definizioni sono quanto di più concreto si possa constatare: quanto disprezzo c’è verso i cristiani? quanta ostilità e discriminazione? quanti pregiudizi? Forse quello che manca è solo la paura...