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a cura dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale


(20 aprile 2006)

Una «terza Italia»?


1. Due Italie?

F ino a poco fa il governo Berlusconi in carica dal 2001 al 2006 era considerato una vera a propria anomalia rispetto a un regime politico «normale», ossia conforme al modello ciellenistico impostosi alle origini della democrazia italiana nei primi anni del dopoguerra e apparentemente sancito dalla Costituzione nazionale del 1948. Chi vuole avere un riepilogo «ragionato» — le virgolette sono d’obbligo nel caso specifico — di quali siano le coordinate — e la pittoresca terminologia, tutta a sfondo emotivo, usata per tracciarle — di questa lettura che dell’esperienza di governo del centrodestra dà una certa sinistra — ossia un’autentica summa di ogni iniquità concepibile —, può leggere l’articolo di Furio Colombo su l’Unità del 12 aprile scorso. E si noti per inciso che questo tayllerandiano «Calomniez audacieusement, il en restera toujours quelque chose — che richiama il latino «Audaciter calomniare semper aliquid haeret» — non è un esercizio fine a sé stesso ma il canovaccio, l’asse portante di tutta la politica di opposizione di un quinquennio…

Dopo l’esito imprevisto della tornata elettorale nazionale del 9 e 10 aprile scorsi da più parti emergono valutazioni nuove. L’ampiezza del consenso riportato dalla Casa delle Libertà e la sua distribuzione geografica hanno fatto prendere — almeno embrionalmente — coscienza a più di un commentatore che l’anomalia del governo Berlusconi non sta solo nella sua discrepanza rispetto a un certo modello né nelle sue evidenti derive populiste, né nel conflitto d’interesse, e nemmeno in una personalizzazione eccessiva del ruolo pubblico, cose tutte reali e verificabili: sta più in profondità, nella base sociale e popolare, di cui l’on. Berlusconi è stato espressione al momento del suo primo successo nel 2001, ma soprattutto nel momento in cui ha rischiato — come poi verificatosi, grazie a fattori imprevedibili e «meccanici» — di dover passare la mano ad altri.

Ci si è accorti che le proverbiali «due Italie», che hanno dilettato o tormentato i pensieri di tanti storici e politologi, non sono solo le due anime dell’Italia moderna, l’Italia mazziniana e democratico-sociale contrapposta a quella monarchico-liberale, ma un’altra — una terza? — Italia.

In questa presa di coscienza si sono distinti in questi giorni post-elettorali pressoché in toto i giornali di sinistra.

Esiste un’«Italia profonda» — e secondo lei, ovviamente, da spregiare —, scrive Rossana Rossanda su il Manifesto dell’11 aprile, «a botta calda»; un’«Italia che non conosciamo», confessa Rina Gagliardi su Liberazione del 12 seguente, oppure: ci sono «due Italie», ammette Massimo d’Alema in una intervista a la Repubblica del 12 aprile; mentre, a parere di Edmondo Berselli, nelle ore in cui il risicato successo di seggi di Romano Prodi non era ancora certo, ma le dimensioni della «tenuta» della Casa delle Libertà erano già vistose, «ha vinto il Paese reale. Quello che non conosciamo». E Gianpasquale Santomassimo — è forse la riflessione meno banale finora letta — su il Manifesto del 13 aprile, in un pezzo intitolato Destra profonda, scrive: «Le due Italie sono sempre esistite anche se non si erano materializzate con una evidenza così plastica e insostanziale pareggio politico. […] Quella destra diffusa […] esisteva già sottotraccia negli anni della prima Repubblica ma era compressa e disciplinata dalla mediazione democristiana che ne moderava istinti e temperava paure».

Al di là del diverso segno del giudizio che è possibile dare su questa realtà, è difficile non essere d’accordo sotto il profilo fattuale con questi osservatori. Così come non convenire ­­— al di là della trivialità dell’aggettivazione — che «il maggioritario barbarico, imposto da Berlusconi in chiave di guerra civile «fredda» ma permanente ha fatto emergere e messo a nudo l’Italia profonda che non aveva una vera rappresentanza politica e che ha finalmente trovato qualcuno che la interpretasse senza scrupoli e mediazioni».

Le ragioni dello stupore e del disorientamento degli analisti di professione e con pedigree ideologico progressista sono comprensibili.

Si riteneva che l’«anomalia» italiana fosse percepita come tale da tutti e non era così. Si credeva che le nequizie morali imputate all’avversario fossero oggetto di esecrazione unanime e invece per metà degl’italiani esse non sono state credute o ritenute meno gravi. L’immagine — prefabbricata — di  un paese avviato alla decadenza nell’illegalità pareva essere penetrata in maniera totale fra gl’italiani. Invece l’altra, di un generoso sforzo di cambiamento rimasto a metà per colpa di un’opposizione cieca e conservatrice finiva per prevalere in lameno il 50% dei cittadini. Si pensava che la ricetta di superamento dell’anomalia con un nuovo governo catto-comunista, che riavviasse una politica di austerity già tristemente sperimentata dagl’italiani negli anni dell’unità nazionale, temperata magari da «un po’ di felicità», secondo l’infelice espressione di Prodi, conquistata attraverso maggiori spazi per la «trasgressione» — fosse quanto di più desiderato dalla maggioranza degl’italiani. E invece gl’italiani hanno sentito odore di nuove tasse. Si voleva un’opposizione di regime, privata dei connotati «barbarici» del Cavaliere, e invece ci si è trovati di fronte a un mezzo plebiscito, con una Casa delle Libertà in pieno e massiccio ricupero rispetto alla flessione delle elezioni europee, che conquista la maggioranza dei voti al Senato e che alla Camera perde per soli 23mila voti. Con un governo paralizzato, con un Berlusconi ancora saldo alla testa di una opposizione più forte che mai, con un Nord e un Nord Est con percentuali quasi «bulgare» a favore della Casa delle Libertà, con un consenso cattolico ricompattato intorno al centro-destra…

Si può comprendere che — almeno quelli che non millantano per vittoria quella che è solo una «vittoria di Pirro» e che si pongono il problema di come vincere davvero — non capiscano come ciò possa essere avvenuto o che, al massimo, capiscano che è successo qualcosa ma non sono in grado di descriverne adeguatamente la genesi e le forme se non mediante cliché ormai datati.

Se si vuole vedere un raro esempio di straordinaria miopia, coniugata con la pretesa di spiegare autorevolmente su tutto, basta leggere la Repubblica: per esempio il fondo di Eugenio Scalfari La metà d’Italia s’è turata il naso del giorno di Pasqua, domenica 16 aprile, dove le rancide e dilettantesche categorie storico-politiche usate dall’anziano giornalista non spiegano in realtà nulla. Oppure soffermarsi sulle illuminanti parole di Pietro Scoppola che compaiono in un articolo dal titolo Ora ripartire dalla Costituzione, apparso il 18 aprile — data fatidica —, così scrive con buona pace delle capacità di discernimento degl’ita­lia­ni: «Si insiste tanto sul Paese spaccato in due: ma la spaccatura è in gran parte legata proprio alla presenza della figura di Berlusconi, oggetto di smisurati sentimenti di amore e odio». Mentre, per un esempio di acutezza mista a categorie interpretative emotive e pregiudiziali, si può vedere questo brandello di un articolo del direttore Ezio Mauro il 12 aprile in La doppia sfida del Professore, secondo cui, da  un lato — e del tutto realisticamente —: «Squarciato il velo della falsa profezia, emerge la doppia realtà di un Paese spaccato a metà, irriducibile nelle sue divisioni frutto di culture divaricate, interessi legittimi separati e distinti, valori contrapposti e inconciliabili», mentre, dall’altro, subito dopo, si parla — o si fantastica — di un Paese «[…] sordo a turno per metà, dove oggettivamente le parole d’ordine della solidarietà, dell’uguaglianza, dei diritti e della giustizia fanno più fatica a passare, trasversali come sono nella loro natura politica. E invece l’Unione ha infine prevalso […] come se la saggezza superstite e residua di un Paese stremato vedesse nella sinistra più che nella destra l’unica possibilità di tenere insieme le due Italie».

2. Che cosa dice la storia

Eppure la storia dovrebbe insegnare qualcosa e, soprattutto in coloro che alla cultura «ci tengono», stupisce che un dato storico ormai evidente e anche in gran parte «arrivato» al grande pubblico sia così ignorato.

Il discorso sulle «due Italie», su un «paese legale» e un «paese reale», su una classe dirigente ristretta ed eteroculturale rispetto alla grande maggioranza del popolo italiano, almeno in sede politica se non storiografica, non è nuovo, anzi risale a molti anni addietro, all’ultimo quarto del 1800. Un volume di saggi curato da Ernesto Galli della Loggia e da Loreto di Nucci, edito da il Mulino nel 2003 e intitolato Due nazioni. Legittimazione e delegittimazione nella storia dell’Italia contemporanea, riprende e approfondisce il concetto, estendendolo a un livello, come il titolo anticipa, più profondo del puro scontro politico, cioè alla sfera delle culture. E vede il confronto fra queste due «nazioni» politiche che coesistono nella Penisola come segnato da una perpetua «divisività», ovvero una incessante e insanabile contrapposizione.

In tempi recenti una certa storiografia di matrice marxista ha cercato di scrivere una sto-ria d’Italia «alternativa», dipingendo un Paese altrettanto «alternativo» a quello legale, dove mafie di ogni genere, frange neo-fasciste, servizi segreti — per definizione deviati —, logge massoniche — naturalmente «irregolari» —, gruppi terroristici e golpisti clandestini intrecciano i loro complotti per cancellare la democrazia — ovvero il potere della sinistra — italiana, così faticosamente conquistata dalla — sola — e nella Resistenza. Non ritengo di prendere in considerazione tale tipo di letteratura, che ritengo in buona parte mitomaniacale, né tanto meno considerare attendibili le sue conclusioni.

3. L’«insorgenza», fil rouge della storia contemporanea

Questa rappresentazione dicotomica mi pare sostanzialmente confermata dalla storia, anche se mi pare opportuno aggiungere le radici di questa condizione affondano assai indietro nella biografia nazionale.

Senza voler spingersi troppo indietro — si dovrebbero esaminare tutti i fenomeni di reazione che accompagnano la genesi e il trionfo dello Stato moderno fra i secoli XVI e XVIII — si dovrebbe partire almeno dall’Insorgenza, intendendo con questo termine quel lungo ciclo di movimenti popolari di carattere contro-rivolu­zio­na­rio, che si apre con la prima occupazione napoleonica della Penisola nel 1796 e si conclude con la Restaurazione. Un periodo che vide un’ampia adesione delle élites italiane — alto clero, aristocrazie, sovrani, intellettuali — al cambiamento proveniente da Oltralpe, mentre conobbe una straordinaria mobilitazione — anche se disomogenea e intermittente — dei ceti popolari in difesa di quell’ordine, dai tratti largamente pre-moderni, che il vento transalpino veniva a far crollare.

Nacquero allora le «due Italie», ossia due soggetti compresenti nello spazio e nel tempo, ma dai caratteri culturali diversi e in larga misura antitetici. L’uno inteso a disegnare la veste civile della nazione italiana rompendo con la tradizione, cercando di applicare un modello «francese», accentrato, burocratizzato e sostanzialmente anti-religioso, e «inventando» una identità nazionale appiattita su un insieme di principi, quelli dell’Ottantanove. L’altro, dai lineamenti meno marcati, più in continuità con il passato civile e religioso, più fedele al senso comune e ai diritti dei corpi sociali.

E questa linea di faglia creatasi allora continua e si approfondisce fino a oggi attraverso i decenni del Risorgimento — con la contrapposizione fra Italia «sanfedista» e Italia «liberale» —, nel paese unificato — l’Italia cattolica e socialista contro l’«Italia dei notabili» — fino alla Grande Guerra, che segna peraltro il primo reale progresso nella «nazionalizzazione» delle masse italiane. Si ripropone dopo il conflitto, con la diffusione delle ideologie moderne, la nascita dei movimenti di massa e il progresso della secolarizzazione.

Nel fascismo, se è vero che il suo «arroccamento» del 1922 segna il massimo di divaricazione fra le «due Italie», peraltro l’élite post-unitaria si china sulla massa per plasmarla alla modernità e per completarne la «nazionalizzazione». Negli anni del secondo fascismo l’Italia si divide addirittura in due Stati che si fanno la guerra l’un l’altro sotto l’usbergo delle due potenze occupanti nemiche: ma la contrapposizione, per violenta che sia, non ripercorre le linee divisive «classiche». Tanto nella Rsi come nel Regno sono ancora presenti le «due Italie», nella prima come ceti «patriottici» che preferiscono la sinistra fascista al potere pur di salvare l’ordine e il Paese dal nazismo, nell’altro, frazione immutata dell’Italia prefascista, con la stessa fisionomia che già aveva nella monarchia unitaria.

Con il ritorno della democrazia nel 1945 è sorprendente notare come fin dalle elezioni per la Costituente nel 1946 — quando il corpo sociale, ossia 28 milioni di italiani, può finalmente esprimersi in maniera pressoché esente da ostruzioni — si ottenga un risultato in termini di suffragi, che riflette in pieno l’antica spaccatura e che autorizza a riparlare di «due Italie». E le ostruzioni non consistevano solo nel regime illiberale del fascismo, ma in tutti i condizionamenti di natura violenta che i vincitori del conflitto civile — la prima delle «due Italie» —esercitavano de facto o in potenza.

Due Italie più contrapposte che mai in termini di cultura — l’avanzata socialista e comunista posteriore al 1945  ha impresso all’Italia progressista tratti in ancor più radicale contrasto con l’ethos della controparte —, una quella della «normalizzazione» ideologica, che si situa in continuità con le ideologie ottocentesche — a loro volta figlie delle correnti rivoluzionarie dell’Italia giacobina e napoleonica — e l’altra, cattolica e popolare, moderata e anti-comunista in maggiore continuità con l’identità profonda della nazione.

La vittoria, il 18 aprile 1948, di quest’ultima nella prima consultazione elettorale della Repubblica — un trionfo anch’esso del tutto inatteso —, che rivela per un momento quanto ampia sia la sua base popolare, riesce per un po’ a frenare l’ascesa dell’Italia delle ideologie progressiste, che si rifletteva nel patto del Cln, e a offuscare la rinnovata identità ideologico-costituzionale che l’anti-fascismo aveva voluto porre alle radici della nuova Italia e che ha trovato sostanziale accoglienza nella carta costituzionale. Occorreranno decenni al «centrismo» democristiano per riassorbire l’«anomalia» e per ristabilire un quadro politico «normale», pur nei limiti della logica dei blocchi e di Jalta.

Dopo il 1989, una volta «sbloccata» — anche nel senso traslato di «liberata dal condizionamento dei Blocchi» — la situazione all’in­ter­no delle democrazie occidentali, attraverso raffinate alchimie politiche, si cercherà di contrarre la «piattaforma» costituzionale a un patto fra cattolici «democratici» e forze neo-comuniste, che privasse, dopo la fine della Democrazia Cristiana e del socialismo craxiano, l’«altra Italia» di una rappresentanza e di una classe politica adeguate.

A questo punto prende corpo il fenomeno Forza Italia, che offre una copertura politica all’Italia moderata, ma questa volta in forma trasparente e spregiudicata, senza più le mediazioni condizionanti delle vecchie strutture partitiche dell’età della Guerra Fredda, e rovescia — ancora una volta in maniera inattesa — tutto uno scenario politico in costruzione e addirittura vede lo schieramento coagulatosi intorno a Silvio Berlusconi accedere al governo nelle elezioni politiche del 1994.

In questo nuovo «contenitore» politico — ma anche nella Lega Nord e in Alleanza Nazionale, anch’esse in realtà aggregati di una pluralità di soggetti culturali e sociali — rifluiranno le istanze prima veicolate da ampie frange della Dc e l’anti-comunismo del socialismo autonomista e riformatore di Bettino Craxi: e, dietro, di esse la rispettiva base moderata.

Gli anni più recenti, soprattutto quelli dopo l’11 settembre 2001, vedranno frammenti della intellighenzia, «aggredita dalla realtà» di un nuovo scenario gremito di nuove minacce prendere coscienza dell’inadeguatezza delle letture e delle proposte della rappresentanza della «prima Italia» e volgersi con sempre minori pregiudizi e spesso con grande interesse verso le idee e la realtà stessa dell’«altra Italia», aprendo — per ora tenui — prospettive di ricomposizione della frattura in un futuro non lontano.

4. Una lettura

Questa catena di fenomeni, tutti caratterizzati dall’impreve­dibi­li­tà e dal carattere popolare, pur nella sostanziale diversità delle forme e dei gradi di «purezza» rispetto al modello che essi esprimono, è legata da un filo comune e può essere legittimamente letta come una sequela di «insorgenze», ossia come reiterata manifestazione, imprevedibile e non mediata, di una reazione che una ampia quota di società italiana esprime contro un processo di sviluppo civile che vorrebbe coniugare il progresso e la modernizzazione con lo snaturamento dell’iden­tità culturale della nazione. Il termine esorbita così dal terreno storico in cui è germinato e invade a pieno titolo quello della politologia, raggruppando sotto di sé realtà non identiche e di epoche diverse. Non è il solo caso di questo genere: anche il «bonapartismo» si erge sempre più in categoria politica — applicabile, in via analogica, tanto al generale Gorge Boulanger, quanto a Francesco Crispi e anche a Benito Mussolini, come un convegno milanese dell’autunno scorso ha ampiamente documentato — a svantaggio del riferimento alla figura storica di Napoleone.

Stupirsi che questa Italia sia ancora viva è del tutto lecito, nel senso che per come sono andate secolarmente le cose, di essa non si dovrebbero trovare più nemmeno le tracce.

Ma non pare accettabile che se ne ignori l’esistenza, soprattutto dopo le ripetute «lezioni» che da essa hanno ricevuto i vari vessilliferi del Progresso. Ovvero che l’edificazione della nazione italiana sé avvenuta in maniera largamente artificiosa, ideologicamente condizionata dai canoni di una malintesa modernità sprezzante dei valori religiosi e di una concezione più gradualistica del progresso.

Alcuni oggi intravedono questa realtà e ne hanno una comprensione ancora rudimentale: tuttavia iniziano a studiarla e  a elaborare una strategia per affrontarla. Come sarà questa strategia non lo sappiamo. Di sicuro non riarmerà i gruppi rivoluzionari per infliggerle un trattamento simile a quello che le «colonne infernali» dei repubblicani inflissero alla Vandea ribelle. Forse cercherà di disinnescarne il potenziale e di «riassorbirla» politicamente e socialmente, anche se non vi sono più soggetti politici di mediazione istituzionale come la Dc. Di certo tuttavia farà qualcosa.

5. Che fare?

A che cosa può condurre questa presa di coscienza sempre più diffusa?

Si continuerà a soffocare questa Italia? o le si darà finalmente spazio e respiro? Si proseguirà a leggere il presente dell’Italia e il suo futuro attraverso le lenti di cascami di ideologie maligne, che hanno devastato il mondo? o si assisterà a un «ritorno al reale», al senso comune, ai problemi veri — l’immigrazione etero-culturale, la libertà religiosa, la lotta al terrorismo islamista, la difesa della vita innocente, la formazione delle nuove generazioni, la lotta contro la demoralizzazione attraverso la droga e la pornografia, il riequilibrio organico del corpo della società — dei quali almeno non coltivare visioni fattuali antitetiche?

La ricomposizione della rottura non pare possibile in tempi brevi, e nemmeno si intravedono i lineamenti di una possibile soluzione. Le «due Italie», una che attacca, considerando l’avversario alla stregua di un selvaggio da civilizzare — Giuliano Ferrara ne il Foglio del 20 aprile ha inventato una definizione azzeccata: «disprezzo antropologico» —, l’altra che si aggrappa con le unghie e con i denti a qualunque appiglio di buon senso residuo, non riescono a diventare una sola «nazione», cioè, come massimo, ad accettare ciascuna la cultura dell’altra come legittima, e, come minimo, a fidarsi l’una dell’altra.

Troppo densa è ancora la presenza dell’ideologia — che esiste ancora dopo il 1989, nonostante le mutazioni che essa stessa si è imposta — nel pensiero e nel personale politico, negl’intellettuali e nei commentatori che si riconoscono oggi nell’Italia «costituzionale». E la Costituzione stessa è un macigno di conservazione dell’ideologia nella società. Sembra quasi che non si riesca a concepire una società umana che possa vivere in forme diverse da quelle nate nel 1789: persino quelle assunte dall’altra «rivoluzione», quella americana del 1776, spaventano e suscitano reazioni quando invocate. Forse dovrebbe essere più forte la denuncia delle conseguenze cui l’ideologia ha condotto e degli squilibri psicologici, morali e sociali che tuttora, magari in maniera silente, produce. Non che manchino le testimonianze in tal senso, ma la loro voce non riesce a farsi sentire da chi non vuol sentire.

E questa persistenza ideologica si traduce infine in un oggettivo rifiuto — meglio espresso da una generale ottusità e inerzia, che non in esplicito — a riconoscere le storie reciproche. Senza essere falsamente equanimi, se la storia dell’«altra Italia» è generalmente sovraccaricata di giudizi negativi, dall’Inquisizione al filo-nazismo, la storia dell’Ita­lia che ha vinto nel 1945 — grazie agli Alleati anglo-americani — non è ancora sfociata in tanti pur doverosi mea culpa, per esempio per le stragi di fascisti e di preti del dopoguerra e per la militanza senza ritegno a fianco delle peggiori tirannidi del mondo contemporaneo, da quelle passate — dall’Urss alla Cambogia, dalla Ddr all’Ungheria — a quelle sopravviventi, dalla Cina a Cuba. Finché non ci sarà questa purificazione della memoria sarà impossibile per molti non vedere nell’avversario del momento l’erede di chi gli ha ucciso il padre o il nonno oppure di chi ha legittimato i peggiori crimini politici.

Sarà possibile un mutamento di questo tipo? Difficile dirlo. Se l’utopia rimane l’essenza del pensiero progressista ci si potrà attendere ben poco in questa direzione. Ma lavorare in tal senso è una via obbligata e un compito che investe entrambe le leadership, anche se Romano Prodi, al di là degli appelli alla pacificazione pre-elettorali da lui più volte fatti, pare piuttosto animato da un prepotente desiderio di revanche.

Riguardo al primo, all’Italia «bianco-rossa», quello che auspico è che il tasso di utopia che, dopo il crollo della «macro-utopia» nel 1989, ancora si avverte ristagnare, come residui di gas tossico nelle trincee, nei disegni politici di questa «Italia», venga finalmente ridotto a zero, si ammetta che non si può costruire un paese moderno con categorie vecchie e con «amori» intellettuali che sono altrettanti abbracci mortali e porte aperte al nichilismo. E che la «lezione» — una «micro-lezione», se si vuole, ma non per questo meno reale — dell’11 aprile 2006 serva a far comprendere che non si può governare mezzo Paese contro l’altro mezzo, che non si può leggere la volontà politica di metà degl’italiani come una malaugurata deriva populistica, che si può ammettere che si diano letture diverse dei fatti, ma non ammettere che si abbia una visione diversa dei fatti di carattere pubblico. In altre parole, che si comprenda che «l’Italia di Forza Italia» non è solo un’anomalia ma esprime bisogni di cambiamento genuini e motivati, cui si deve dare, anche dal punto di vista delle culture progressiste e secolarizzate una risposta adeguata. E non solo secernere propaganda basata sulla demonizzazione dell’avver­sa­rio, sulla sua incessante, feroce e sguaiata messa in caricatura, sulla veicolazione di immagini distorte della società italiana, sull’omissione programmatica dalla propria agenda dei problemi reali — come quelli etici — solo per evitare di mettere in crisi un’unità solo di facciata, e così via.

Sull’altro fronte, quello dell’Italia «profonda» e «sconosciuta» segnalata dalle sinistre, è doveroso che chi è a capo della sua rappresentanza politica sappia tener conto dell’esistenza di questo «zoccolo duro» popolare, che si rivela estemporaneamente e «miracolosamente», e far sì che esso non venga eroso. E che si irrobustisca nel tempo come consistenza e, soprattutto, come consapevolezza di essere una grande forza di cambiamento, l’unica in grado di modernizzare l’Italia senza strappi e senza stridere con le radici dell’italianità.

Ma la leadership di questa Italia dovrà incalzare l’avversario a liberarsi dalle scorie ideologiche e dalle utopie, possibilmente con un approccio diverso dalle periodiche e triviali sortite anti-comuniste del Cavaliere.

Molto probabilmente questa classe dirigente dovrà stare per cinque anni lontana dalle leve di potere. E avrà comunque il dovere di controllare con rigore che quanto farà l’antagonista e di difendere le istanze dell’«altra Italia». Ma anche quello di prepararsi a una nuova stagione di governo e a evitare di ripetere gli errori di quella precedente, eliminando le debolezze che ha evidenziato, in primis quella culturale in senso stretto. Il clima generale non è sfavorevole: il ricompattamento dei cattolici sui temi etici, un diverso stile di governo ecclesiastico, una situazione economica tendente alla schiarita, la crisi sempre più grave in cui si dibatte la cultura progressista e che si riflette sempre più pesantemente sulla capacità ideativi delle culture dell’avversario sono elementi da considerare con attenzione.

[OS / 19-4-2006]

 

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