1. Due Italie?
F
ino a poco fa il governo Berlusconi in carica dal 2001 al 2006 era considerato una vera a
propria anomalia rispetto a un regime politico «normale», ossia conforme al
modello ciellenistico impostosi alle origini della democrazia italiana nei
primi anni del dopoguerra e apparentemente sancito dalla Costituzione nazionale
del 1948. Chi vuole avere un riepilogo «ragionato» le virgolette sono
d’obbligo nel caso specifico di quali siano le coordinate e la pittoresca terminologia,
tutta a sfondo emotivo, usata per tracciarle di questa lettura che dell’esperienza
di governo del centrodestra dà una certa sinistra ossia un’autentica
summa
di ogni iniquità concepibile , può leggere l’articolo di Furio Colombo su
l’Unità
del 12 aprile scorso. E si noti per inciso che questo tayllerandiano
«Calomniez
audacieusement, il en restera toujours quelque chose che richiama il
latino
«Audaciter calomniare semper aliquid haeret» non è un esercizio
fine a sé stesso ma il canovaccio, l’asse portante di tutta la politica di
opposizione di un quinquennio…
Dopo l’esito
imprevisto della tornata elettorale nazionale del 9 e 10 aprile scorsi da più
parti emergono valutazioni nuove. L’ampiezza del consenso riportato dalla Casa
delle Libertà e la sua distribuzione geografica hanno fatto prendere almeno
embrionalmente coscienza a più di un commentatore che l’anomalia del governo
Berlusconi non sta solo nella sua discrepanza rispetto a un certo modello né nelle
sue evidenti derive populiste, né nel conflitto d’interesse, e nemmeno in una
personalizzazione eccessiva del ruolo pubblico, cose tutte reali e
verificabili: sta più in profondità, nella base sociale e popolare, di cui l’on.
Berlusconi è stato espressione al momento del suo primo successo nel 2001, ma
soprattutto nel momento in cui ha rischiato come poi verificatosi, grazie a
fattori imprevedibili e «meccanici» di dover passare la mano ad altri.
Ci si è
accorti che le proverbiali «due Italie», che hanno dilettato o tormentato i
pensieri di tanti storici e politologi, non sono solo le due anime dell’Italia
moderna, l’Italia mazziniana e democratico-sociale contrapposta a quella monarchico-liberale,
ma un’altra una terza? Italia.
In questa
presa di coscienza si sono distinti in questi giorni post-elettorali pressoché in
toto i giornali di sinistra.
Esiste un’«Italia
profonda» e secondo lei, ovviamente, da spregiare , scrive Rossana
Rossanda su il Manifesto dell’11 aprile, «a botta calda»; un’«Italia
che non conosciamo», confessa Rina Gagliardi su Liberazione del 12
seguente, oppure: ci sono «due Italie», ammette Massimo d’Alema in una
intervista a la Repubblica del 12 aprile; mentre, a parere di
Edmondo Berselli, nelle ore in cui il risicato successo di seggi di Romano
Prodi non era ancora certo, ma le dimensioni della «tenuta» della Casa delle
Libertà erano già vistose, «ha vinto il Paese reale. Quello che non
conosciamo». E Gianpasquale Santomassimo è forse la riflessione meno
banale finora letta su il Manifesto del 13 aprile, in un pezzo intitolato
Destra profonda, scrive: «Le due Italie sono sempre esistite anche se
non si erano materializzate con una evidenza così plastica e insostanziale pareggio
politico. […] Quella destra diffusa […] esisteva già sottotraccia
negli anni della prima Repubblica ma era compressa e disciplinata dalla
mediazione democristiana che ne moderava istinti e temperava paure».
Al di là del
diverso segno del giudizio che è possibile dare su questa realtà, è difficile
non essere d’accordo sotto il profilo fattuale con questi osservatori. Così
come non convenire al di là della trivialità dell’aggettivazione che «il
maggioritario barbarico, imposto da Berlusconi in chiave di guerra civile
«fredda» ma permanente ha fatto emergere e messo a nudo l’Italia profonda che
non aveva una vera rappresentanza politica e che ha finalmente trovato qualcuno
che la interpretasse senza scrupoli e mediazioni».
Le ragioni
dello stupore e del disorientamento degli analisti di professione e con pedigree
ideologico progressista sono comprensibili.
Si riteneva
che l’«anomalia» italiana fosse percepita come tale da tutti e non era così. Si
credeva che le nequizie morali imputate all’avversario fossero oggetto di esecrazione
unanime e invece per metà degl’italiani esse non sono state credute o ritenute
meno gravi. L’immagine prefabbricata di un paese avviato alla decadenza
nell’illegalità pareva essere penetrata in maniera totale fra gl’italiani.
Invece l’altra, di un generoso sforzo di cambiamento rimasto a metà per colpa
di un’opposizione cieca e conservatrice finiva per prevalere in lameno il 50%
dei cittadini. Si pensava che la ricetta di superamento dell’anomalia con un
nuovo governo catto-comunista, che riavviasse una politica di austerity
già tristemente sperimentata dagl’italiani negli anni dell’unità nazionale,
temperata magari da «un po’ di felicità», secondo l’infelice espressione
di Prodi, conquistata attraverso maggiori spazi per la «trasgressione» fosse quanto
di più desiderato dalla maggioranza degl’italiani. E invece gl’italiani hanno
sentito odore di nuove tasse. Si voleva un’opposizione di regime, privata dei
connotati «barbarici» del Cavaliere, e invece ci si è trovati di fronte a un
mezzo plebiscito, con una Casa delle Libertà in pieno e massiccio ricupero
rispetto alla flessione delle elezioni europee, che conquista la maggioranza
dei voti al Senato e che alla Camera perde per soli 23mila voti. Con un governo
paralizzato, con un Berlusconi ancora saldo alla testa di una opposizione più
forte che mai, con un Nord e un Nord Est con percentuali quasi «bulgare» a
favore della Casa delle Libertà, con un consenso cattolico ricompattato intorno
al centro-destra…
Si può comprendere
che almeno quelli che non millantano per vittoria quella che è solo una «vittoria
di Pirro» e che si pongono il problema di come vincere davvero non capiscano
come ciò possa essere avvenuto o che, al massimo, capiscano che è successo
qualcosa ma non sono in grado di descriverne adeguatamente la genesi e le forme
se non mediante cliché ormai datati.
Se si vuole
vedere un raro esempio di straordinaria miopia, coniugata con la pretesa di spiegare
autorevolmente su tutto, basta leggere la Repubblica: per esempio il fondo di Eugenio Scalfari La metà d’Italia s’è turata il naso del giorno di
Pasqua, domenica 16 aprile, dove le rancide e dilettantesche categorie
storico-politiche usate dall’anziano giornalista non spiegano in realtà nulla.
Oppure soffermarsi sulle illuminanti parole di Pietro Scoppola che compaiono in
un articolo dal titolo Ora ripartire dalla Costituzione, apparso il 18
aprile data fatidica , così scrive con buona pace delle capacità di
discernimento degl’italiani: «Si insiste tanto sul Paese spaccato in due:
ma la spaccatura è in gran parte legata proprio alla presenza della figura di
Berlusconi, oggetto di smisurati sentimenti di amore e odio». Mentre, per
un esempio di acutezza mista a categorie interpretative emotive e pregiudiziali,
si può vedere questo brandello di un articolo del direttore Ezio Mauro il 12
aprile in La doppia sfida del Professore, secondo cui, da un lato e
del tutto realisticamente : «Squarciato il velo della falsa profezia,
emerge la doppia realtà di un Paese spaccato a metà, irriducibile nelle sue
divisioni frutto di culture divaricate, interessi legittimi separati e
distinti, valori contrapposti e inconciliabili», mentre, dall’altro, subito
dopo, si parla o si fantastica di un Paese «[…] sordo a turno per
metà, dove oggettivamente le parole d’ordine della solidarietà,
dell’uguaglianza, dei diritti e della giustizia fanno più fatica a passare,
trasversali come sono nella loro natura politica. E invece l’Unione ha infine
prevalso […] come se la saggezza superstite e residua di un Paese
stremato vedesse nella sinistra più che nella destra l’unica possibilità di
tenere insieme le due Italie».
2. Che cosa dice la storia
Eppure la
storia dovrebbe insegnare qualcosa e, soprattutto in coloro che alla cultura «ci
tengono», stupisce che un dato storico ormai evidente e anche in gran parte «arrivato»
al grande pubblico sia così ignorato.
Il discorso
sulle «due Italie», su un «paese legale» e un «paese reale», su una classe dirigente
ristretta ed eteroculturale rispetto alla grande maggioranza del popolo
italiano, almeno in sede politica se non storiografica, non è nuovo, anzi risale
a molti anni addietro, all’ultimo quarto del 1800. Un volume di saggi curato da
Ernesto Galli della Loggia e da Loreto di Nucci, edito da il Mulino nel 2003 e intitolato
Due nazioni. Legittimazione e delegittimazione nella storia dell’Italia
contemporanea, riprende e approfondisce il concetto, estendendolo a
un livello, come il titolo anticipa, più profondo del puro scontro politico,
cioè alla sfera delle culture. E vede il confronto fra queste due «nazioni»
politiche che coesistono nella Penisola come segnato da una perpetua
«divisività», ovvero una incessante e insanabile contrapposizione.
In tempi recenti una certa storiografia di matrice marxista ha cercato di scrivere una sto-ria d’Italia «alternativa», dipingendo un Paese altrettanto «alternativo» a quello legale, dove mafie di ogni genere, frange neo-fasciste, servizi segreti — per definizione deviati —, logge massoniche — naturalmente «irregolari» —, gruppi terroristici e golpisti clandestini intrecciano i loro complotti per cancellare la democrazia — ovvero il potere della sinistra — italiana, così faticosamente conquistata dalla — sola — e nella Resistenza. Non ritengo di prendere in considerazione tale tipo di letteratura, che ritengo in buona parte mitomaniacale, né tanto meno considerare attendibili le sue conclusioni.
3. L’«insorgenza», fil rouge della storia
contemporanea
Questa
rappresentazione dicotomica mi pare sostanzialmente confermata dalla storia,
anche se mi pare opportuno aggiungere le radici di questa condizione affondano
assai indietro nella biografia nazionale.
Senza voler
spingersi troppo indietro si dovrebbero esaminare tutti i fenomeni di reazione
che accompagnano la genesi e il trionfo dello Stato moderno fra i secoli XVI e
XVIII si dovrebbe partire almeno dall’Insorgenza, intendendo con questo
termine quel lungo ciclo di movimenti popolari di carattere contro-rivoluzionario,
che si apre con la prima occupazione napoleonica della Penisola nel 1796 e si
conclude con la Restaurazione. Un periodo che vide un’ampia adesione delle élites
italiane alto clero, aristocrazie, sovrani, intellettuali al cambiamento
proveniente da Oltralpe, mentre conobbe una straordinaria mobilitazione anche
se disomogenea e intermittente dei ceti popolari in difesa di quell’ordine,
dai tratti largamente pre-moderni, che il vento transalpino veniva a far crollare.
Nacquero allora
le «due Italie», ossia due soggetti compresenti nello spazio e nel tempo, ma
dai caratteri culturali diversi e in larga misura antitetici. L’uno inteso a
disegnare la veste civile della nazione italiana rompendo con la tradizione,
cercando di applicare un modello «francese», accentrato, burocratizzato e
sostanzialmente anti-religioso, e «inventando» una identità nazionale
appiattita su un insieme di principi, quelli dell’Ottantanove. L’altro, dai lineamenti
meno marcati, più in continuità con il passato civile e religioso, più fedele
al senso comune e ai diritti dei corpi sociali.
E questa
linea di faglia creatasi allora continua e si approfondisce fino a oggi attraverso
i decenni del Risorgimento con la contrapposizione fra Italia «sanfedista» e
Italia «liberale» , nel paese unificato l’Italia cattolica e socialista
contro l’«Italia dei notabili» fino alla Grande Guerra, che segna peraltro il
primo reale progresso nella «nazionalizzazione» delle masse italiane. Si
ripropone dopo il conflitto, con la diffusione delle ideologie moderne, la
nascita dei movimenti di massa e il progresso della secolarizzazione.
Nel fascismo,
se è vero che il suo «arroccamento» del 1922 segna il massimo di divaricazione
fra le «due Italie», peraltro l’élite post-unitaria si china sulla massa
per plasmarla alla modernità e per completarne la «nazionalizzazione». Negli
anni del secondo fascismo l’Italia si divide addirittura in due Stati che si
fanno la guerra l’un l’altro sotto l’usbergo delle due potenze occupanti
nemiche: ma la contrapposizione, per violenta che sia, non ripercorre le linee
divisive «classiche». Tanto nella Rsi come nel Regno sono ancora presenti le
«due Italie», nella prima come ceti «patriottici» che preferiscono la sinistra
fascista al potere pur di salvare l’ordine e il Paese dal nazismo, nell’altro,
frazione immutata dell’Italia prefascista, con la stessa fisionomia che già
aveva nella monarchia unitaria.
Con il
ritorno della democrazia nel 1945 è sorprendente notare come fin dalle elezioni
per la Costituente nel 1946 quando il corpo sociale, ossia 28 milioni di
italiani, può finalmente esprimersi in maniera pressoché esente da ostruzioni
si ottenga un risultato in termini di suffragi, che riflette in pieno l’antica
spaccatura e che autorizza a riparlare di «due Italie». E le ostruzioni non
consistevano solo nel regime illiberale del fascismo, ma in tutti i
condizionamenti di natura violenta che i vincitori del conflitto civile la
prima delle «due Italie» esercitavano de facto o in potenza.
Due Italie più
contrapposte che mai in termini di cultura l’avanzata socialista e comunista
posteriore al 1945 ha impresso all’Italia progressista tratti in ancor più radicale
contrasto con l’ethos della controparte , una quella della «normalizzazione»
ideologica, che si situa in continuità con le ideologie ottocentesche a loro
volta figlie delle correnti rivoluzionarie dell’Italia giacobina e napoleonica
e l’altra, cattolica e popolare, moderata e anti-comunista in maggiore
continuità con l’identità profonda della nazione.
La vittoria,
il 18 aprile 1948, di quest’ultima nella prima consultazione elettorale della
Repubblica un trionfo anch’esso del tutto inatteso , che rivela per un
momento quanto ampia sia la sua base popolare, riesce per un po’ a frenare
l’ascesa dell’Italia delle ideologie progressiste, che si rifletteva nel patto
del Cln, e a offuscare la rinnovata identità ideologico-costituzionale che
l’anti-fascismo aveva voluto porre alle radici della nuova Italia e che ha
trovato sostanziale accoglienza nella carta costituzionale. Occorreranno
decenni al «centrismo» democristiano per riassorbire l’«anomalia» e per
ristabilire un quadro politico «normale», pur nei limiti della logica dei
blocchi e di Jalta.
Dopo il 1989,
una volta «sbloccata» anche nel senso traslato di «liberata dal condizionamento
dei Blocchi» la situazione all’interno delle democrazie occidentali,
attraverso raffinate alchimie politiche, si cercherà di contrarre la «piattaforma»
costituzionale a un patto fra cattolici «democratici» e forze neo-comuniste, che
privasse, dopo la fine della Democrazia Cristiana e del socialismo craxiano,
l’«altra Italia» di una rappresentanza e di una classe politica adeguate.
A questo
punto prende corpo il fenomeno Forza Italia, che offre una copertura politica
all’Italia moderata, ma questa volta in forma trasparente e spregiudicata, senza
più le mediazioni condizionanti delle vecchie strutture partitiche dell’età
della Guerra Fredda, e rovescia ancora una volta in maniera inattesa tutto uno
scenario politico in costruzione e addirittura vede lo schieramento coagulatosi
intorno a Silvio Berlusconi accedere al governo nelle elezioni politiche del
1994.
In questo
nuovo «contenitore» politico ma anche nella Lega Nord e in Alleanza Nazionale,
anch’esse in realtà aggregati di una pluralità di soggetti culturali e sociali
rifluiranno le istanze prima veicolate da ampie frange della Dc e
l’anti-comunismo del socialismo autonomista e riformatore di Bettino Craxi: e, dietro,
di esse la rispettiva base moderata.
Gli anni più
recenti, soprattutto quelli dopo l’11 settembre 2001, vedranno frammenti della intellighenzia,
«aggredita dalla realtà» di un nuovo scenario gremito di nuove minacce prendere
coscienza dell’inadeguatezza delle letture e delle proposte della
rappresentanza della «prima Italia» e volgersi con sempre minori pregiudizi e
spesso con grande interesse verso le idee e la realtà stessa dell’«altra
Italia», aprendo per ora tenui prospettive di ricomposizione della frattura
in un futuro non lontano.
4. Una lettura
Questa
catena di fenomeni, tutti caratterizzati dall’imprevedibilità e dal
carattere popolare, pur nella sostanziale diversità delle forme e dei gradi di
«purezza» rispetto al modello che essi esprimono, è legata da un filo comune e può
essere legittimamente letta come una sequela di «insorgenze», ossia come reiterata
manifestazione, imprevedibile e non mediata, di una reazione che una ampia quota
di società italiana esprime contro un processo di sviluppo civile che vorrebbe
coniugare il progresso e la modernizzazione con lo snaturamento dell’identità
culturale della nazione. Il termine esorbita così dal terreno storico in cui è
germinato e invade a pieno titolo quello della politologia, raggruppando sotto
di sé realtà non identiche e di epoche diverse. Non è il solo caso di questo
genere: anche il «bonapartismo» si erge sempre più in categoria politica
applicabile, in via analogica, tanto al generale Gorge Boulanger, quanto a Francesco
Crispi e anche a Benito Mussolini, come un convegno milanese dell’autunno
scorso ha ampiamente documentato a svantaggio del riferimento alla figura
storica di Napoleone.
Stupirsi che
questa Italia sia ancora viva è del tutto lecito, nel senso che per come sono
andate secolarmente le cose, di essa non si dovrebbero trovare più nemmeno le
tracce.
Ma non pare
accettabile che se ne ignori l’esistenza, soprattutto dopo le ripetute «lezioni»
che da essa hanno ricevuto i vari vessilliferi del Progresso. Ovvero che
l’edificazione della nazione italiana sé avvenuta in maniera largamente
artificiosa, ideologicamente condizionata dai canoni di una malintesa modernità
sprezzante dei valori religiosi e di una concezione più gradualistica del
progresso.
Alcuni oggi
intravedono questa realtà e ne hanno una comprensione ancora rudimentale:
tuttavia iniziano a studiarla e a elaborare una strategia per affrontarla.
Come sarà questa strategia non lo sappiamo. Di sicuro non riarmerà i gruppi
rivoluzionari per infliggerle un trattamento simile a quello che le «colonne
infernali» dei repubblicani inflissero alla Vandea ribelle. Forse cercherà di
disinnescarne il potenziale e di «riassorbirla» politicamente e socialmente, anche
se non vi sono più soggetti politici di mediazione istituzionale come la Dc. Di certo tuttavia farà qualcosa.
5. Che fare?
A che cosa può
condurre questa presa di coscienza sempre più diffusa?
Si continuerà
a soffocare questa Italia? o le si darà finalmente spazio e respiro? Si proseguirà
a leggere il presente dell’Italia e il suo futuro attraverso le lenti di
cascami di ideologie maligne, che hanno devastato il mondo? o si assisterà a un
«ritorno al reale», al senso comune, ai problemi veri l’immigrazione
etero-culturale, la libertà religiosa, la lotta al terrorismo islamista, la
difesa della vita innocente, la formazione delle nuove generazioni, la lotta
contro la demoralizzazione attraverso la droga e la pornografia, il
riequilibrio organico del corpo della società dei quali almeno non coltivare
visioni fattuali antitetiche?
La
ricomposizione della rottura non pare possibile in tempi brevi, e nemmeno si
intravedono i lineamenti di una possibile soluzione. Le «due Italie», una che
attacca, considerando l’avversario alla stregua di un selvaggio da civilizzare
Giuliano Ferrara ne il Foglio del 20 aprile ha inventato una
definizione azzeccata: «disprezzo antropologico» , l’altra che si aggrappa con
le unghie e con i denti a qualunque appiglio di buon senso residuo, non
riescono a diventare una sola «nazione», cioè, come massimo, ad accettare
ciascuna la cultura dell’altra come legittima, e, come minimo, a fidarsi l’una
dell’altra.
Troppo densa
è ancora la presenza dell’ideologia che esiste ancora dopo il 1989, nonostante
le mutazioni che essa stessa si è imposta nel pensiero e nel personale
politico, negl’intellettuali e nei commentatori che si riconoscono oggi
nell’Italia «costituzionale». E la Costituzione stessa è un macigno di conservazione dell’ideologia nella società. Sembra quasi che non si riesca a concepire
una società umana che possa vivere in forme diverse da quelle nate nel 1789:
persino quelle assunte dall’altra «rivoluzione», quella americana del 1776,
spaventano e suscitano reazioni quando invocate. Forse dovrebbe essere più
forte la denuncia delle conseguenze cui l’ideologia ha condotto e degli
squilibri psicologici, morali e sociali che tuttora, magari in maniera silente,
produce. Non che manchino le testimonianze in tal senso, ma la loro voce non
riesce a farsi sentire da chi non vuol sentire.
E questa
persistenza ideologica si traduce infine in un oggettivo rifiuto meglio espresso
da una generale ottusità e inerzia, che non in esplicito a riconoscere le
storie reciproche. Senza essere falsamente equanimi, se la storia dell’«altra
Italia» è generalmente sovraccaricata di giudizi negativi, dall’Inquisizione al
filo-nazismo, la storia dell’Italia che ha vinto nel 1945 grazie agli
Alleati anglo-americani non è ancora sfociata in tanti pur doverosi mea
culpa, per esempio per le stragi di fascisti e di preti del dopoguerra e
per la militanza senza ritegno a fianco delle peggiori tirannidi del mondo contemporaneo,
da quelle passate dall’Urss alla Cambogia, dalla Ddr all’Ungheria a quelle
sopravviventi, dalla Cina a Cuba. Finché non ci sarà questa purificazione della
memoria sarà impossibile per molti non vedere nell’avversario del momento
l’erede di chi gli ha ucciso il padre o il nonno oppure di chi ha legittimato i
peggiori crimini politici.
Sarà
possibile un mutamento di questo tipo? Difficile dirlo. Se l’utopia rimane
l’essenza del pensiero progressista ci si potrà attendere ben poco in questa
direzione. Ma lavorare in tal senso è una via obbligata e un compito che
investe entrambe le leadership, anche se Romano Prodi, al di là degli
appelli alla pacificazione pre-elettorali da lui più volte fatti, pare
piuttosto animato da un prepotente desiderio di revanche.
Riguardo al
primo, all’Italia «bianco-rossa», quello che auspico è che il tasso di utopia
che, dopo il crollo della «macro-utopia» nel 1989, ancora si avverte ristagnare,
come residui di gas tossico nelle trincee, nei disegni politici di questa
«Italia», venga finalmente ridotto a zero, si ammetta che non si può costruire
un paese moderno con categorie vecchie e con «amori» intellettuali che sono
altrettanti abbracci mortali e porte aperte al nichilismo. E che la «lezione»
una «micro-lezione», se si vuole, ma non per questo meno reale dell’11 aprile
2006 serva a far comprendere che non si può governare mezzo Paese contro
l’altro mezzo, che non si può leggere la volontà politica di metà degl’italiani
come una malaugurata deriva populistica, che si può ammettere che si diano
letture diverse dei fatti, ma non ammettere che si abbia una visione diversa dei
fatti di carattere pubblico. In altre parole, che si comprenda che «l’Italia di
Forza Italia» non è solo un’anomalia ma esprime bisogni di cambiamento genuini
e motivati, cui si deve dare, anche dal punto di vista delle culture
progressiste e secolarizzate una risposta adeguata. E non solo secernere propaganda
basata sulla demonizzazione dell’avversario, sulla sua incessante, feroce e
sguaiata messa in caricatura, sulla veicolazione di immagini distorte della
società italiana, sull’omissione programmatica dalla propria agenda dei
problemi reali come quelli etici solo per evitare di mettere in crisi
un’unità solo di facciata, e così via.
Sull’altro
fronte, quello dell’Italia «profonda» e «sconosciuta» segnalata dalle sinistre,
è doveroso che chi è a capo della sua rappresentanza politica sappia tener
conto dell’esistenza di questo «zoccolo duro» popolare, che si rivela
estemporaneamente e «miracolosamente», e far sì che esso non venga eroso. E che
si irrobustisca nel tempo come consistenza e, soprattutto, come consapevolezza
di essere una grande forza di cambiamento, l’unica in grado di modernizzare
l’Italia senza strappi e senza stridere con le radici dell’italianità.
Ma la leadership
di questa Italia dovrà incalzare l’avversario a liberarsi dalle scorie ideologiche
e dalle utopie, possibilmente con un approccio diverso dalle periodiche e
triviali sortite anti-comuniste del Cavaliere.
Molto
probabilmente questa classe dirigente dovrà stare per cinque anni lontana dalle
leve di potere. E avrà comunque il dovere di controllare con rigore che quanto
farà l’antagonista e di difendere le istanze dell’«altra Italia». Ma anche quello
di prepararsi a una nuova stagione di governo e a evitare di ripetere gli
errori di quella precedente, eliminando le debolezze che ha evidenziato, in
primis quella culturale in senso stretto. Il clima generale non è sfavorevole:
il ricompattamento dei cattolici sui temi etici, un diverso stile di governo
ecclesiastico, una situazione economica tendente alla schiarita, la crisi
sempre più grave in cui si dibatte la cultura progressista e che si riflette sempre
più pesantemente sulla capacità ideativi delle culture dell’avversario sono
elementi da considerare con attenzione.
[OS /
19-4-2006]