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a cura dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale


(24 giugno 2005)

Referendum sulla vita
e 18 aprile 1948


Mi permetto anch’io una riflessione sul 12 e 13 giugno. Una riflessione né a botta calda, né con quel distacco temporale ed emotivo — è passata solo una settimana — che in genere si considera sufficiente: una via di mezzo, che, come tale, più che conclusioni sollecita interrogativi.
   Dunque, una vittoria: la legge n. 40/04, sebbene da un punto di vista cattolico non soddisfacente, rimane in vigore. Una vittoria di popolo, insperatamente schiacciante, quasi maramaldesca — se si considera l’elettorato totale, inclusi i residenti all’estero, il 74,1% di non votanti sale a oltre il 75% e se si sommano i «no» cresce ancora di più —, un’autentica batosta per l’avversario, che fa seguito a una campagna che ha visto i maggiori organi dell’establishment mediatico schierati per il «sì».
   Che sia una vittoria lo conferma la pochezza dei commenti a seguito: chi l’ha buttata solo in politica — la crisi di An, Rutelli contro Prodi, il silenzio di Berlusconi —, chi si è appigliato a un fantomatico boicottaggio — la data troppo avanzata — dimenticando che comunque è stata concessa un’apertura delle urne da elezioni politiche ossia due giorni, per un totale di 14 più 8 ore —, la difficoltà a votare degl’italiani all’estero — una infima minoranza —, l’ingerenza del potere clericale —, chi ha parlato di arretratezza invincibile delle masse popolari italiane — il Sud ha votato meno del Nord: ma si dimentica l’Alto Adige! —, chi, come un sociologo che va per la maggiore e insegna in un’università privata finanziata da cattolici come l’Università Vita-Salute San Raffaele — si noti l’ironia della scelta del nome! —, la cui analisi del voto è stata solo capace di ricondurne l’esito al fatto che gl’italiani soccombono sotto problemi talmente gravi, come quello di non tirare la fine del mese, fatto ovviamente imputato al governo in carica, per aver voglia di andare a votare —, chi ne ha tratto la conclusione che il referendum come istituto sia da riformare o da abrogare tout court —, eccetera. Solo poche voci fra i perdenti si sono espresse in maniera non cieca, intravedendo che l’esito è stato determinato da fattori ancora imperscrutabili, ma non banali, ancorché imprevisti.
   A quest’ultimo atteggiamento, benché sia toto corde con la vittoria della conservazione della legge, mi sento di associarmi, cercando di evidenziare alcuni punti che lasciano intravedere la vittoria come un fatto profondo, in contro-tendenza — se assumiamo come trend quello degli ultimi cinquant’anni e non quelli degli ultimi cinque o dieci —, con origini lontane e influssi di lungo periodo. Anzi, un successo per molti versi talmente imprevedibile ed enigmatico sul piano naturale da lasciar supporre, a chi ha intelletto di fede, la non estraneità di quella «mano invisibile», che, poco smithianamente, i cristiani chiamano provvidenza.
Il primo aspetto che colpisce è che la misura in cui la stragrande maggioranza di quelli convocati a dire «sì» o «no» si sia espressa in senso opposto a quello auspicato dai promotori dei quesiti. Anche depurando il dato dall’astensionismo ormai consueto, la percentuale dei «no» espliciti e impliciti nel non voto è altissima, rivelando una refrattarietà non ordinaria di questo popolo «oscuro» alla formidabile pressione mediatica ordinaria e alla campagna su larga scala messa in atto, apertamente od occultamente, dai fautori dell’abrogazione prima totale e poi parziale della legge n. 40/04.
   È una forma di espressione che per molti aspetti ricorda inevitabilmente il formidabile successo del mondo cattolico e anti-comunista nelle elezioni del 18 aprile del 1948, ed è ancor più stupefacente se si considera che ora l’articolazione del corpo sociale e le energie reattive da esso allora secrete non ci sono più. Decenni di scuola dell’obbligo, di università trasformate veicolo delle peggiori utopie, di rivoluzione sessuale, di auto-demolizione ecclesiale, di capillare degrado culturale indotto dalla televisione e dagli altri mass media hanno appiattito la società italiana, de-moralizzandone l’ethos e le abitudini. Il dato che è emerso il 12 giugno pare contraddire nettamente questo trend, per cui ci si deve interrogare su che cosa è successo, chiedersi se si tratta di un mero feu de paille, causato da una congiuntura casuale di fattori, magari alla distrazione degl’italiani «adulti» oppure se il dato è la spia di un cambiamento in atto, poco visibile anche ai più acculturati e agli addetti ai lavori.

* * *

  Senza voler trarre conclusioni affrettate, se osserviamo con attenzione, possiamo in effetti vedere qualche novità non di poco conto a margine dell’evento.
   Inizio dal palese scollamento che si palesa fra «avanguardie» politico-culturali e popolazione. È clamoroso l’errore di analisi e di previsione commesso dalle lobby progressiste e dalle forze politiche e soprattutto sindacale — si dimentica spesso di quanto lo smisurato e intangibile monolite costituito dalla CGIL giochi in soccorso del sempre più esangue partito dei DS — più o meno in consonanza con loro, che hanno ipotizzato il perdurare di quella tendenza alla laicizzazione aperta dalle cosiddette battaglie civili degli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso e hanno scommesso — in contemporanea con una sottovalutazione dell’avversario dai toni francamente altezzosi — sul rinnovato consenso a conquistare sempre nuovi spazi nella società per le libertà «irresponsabili», un consenso che in realtà non c’è stato e forse non ci sarà più.
   I media, confermando tutto un atteggiamento altezzoso ed elitario si sono interrogati in ampio sul perché di quel 75% di astensione: ma hanno accuratamente evitato di fare il lavoro contrario. Cioè chiedersi le ragioni dell’esiguità dei consensi ai referendum, che — come ha messo ben in luce il sociologo cattolico fiorentino Pietro de Marco — toccano la loro punta minima assoluta, con un risultato riguardo al quarto quesito, quello sulla fecondazione eterologa, drammaticamente basso, ovvero intorno al 20%.

* * *


   Pare inoltre immediato e del tutto non peregrino inquadrare il 12 giugno italiano in una serie di eventi, ormai cospicua, che è senz’altro conseguenza delle svolte epocali del 1989 e dell’11 settembre 2001, ed è scandito dalla prima presidenza, ma soprattutto dalla riconferma al timone della massima potenza mondiale, di George Walker Bush, dall’esito dei referendum sulle unioni omosessuali tenuti in contemporanea alle elezioni in molti Stati americani, l’impressionante afflusso di gente e di potenti dai quattro angoli del mondo per onorare il grande pontefice defunto Giovanni Paolo II, dai referendum francese e olandese sull’Europa. Parrebbero fatti eterogenei ma in realtà rivelano alcuni caratteri comuni, come l’imprevisione, l’ampiezza della partecipazione popolare, l’espressione di una resistenza a un processo di manipolazione attuato con ampie risorse, il medesimo rifiuto di cambiamenti, apparentemente ragionevoli e benefici, auspicati tutto sommato da minoranze progressiste o da ristretti club «illuminati».
   Siamo di fronte a un’onda lunga di ritorno del sacro e dell’etica pubblica, a una domanda di partecipazione popolare contro i circoli tecnocratici schierati per i diritti senza i doveri, che investe le due rive dell’Atlantico? È tutto sommato ancora presto per dirlo, ma vi è la netta sensazione che qualcosa stia effettivamente cambiando.
   Altro elemento non trascurabile, che differenzia il 12 giugno dagli altri referendum italiani su questioni etiche, è la sostanziale unità di azione mantenuta dalle diverse espressioni del mondo cattolico, che in questo frangente hanno quasi tutte, salvo frange trascurabili, accettato l’indicazione della CEI per il non voto. Il dissenso pare essersi limitato, peraltro in non molti casi, alla scelta dello strumento — il non voto — rispetto al contenuto. Ed è una novità non priva d’interesse, che lascia ben sperare — anche senza coltivare soverchie illusioni — per il futuro, quanto meno nel senso di un’opportunità perché la cultura cattolica esca dalla marginalità e sia spinta a conquistare una posizione di sempre minore irrilevanza nell’influenzare i destini della nazione italiana. A proposito dello sforzo referendario esplicato dai cattolici, paiono ben calibrate le indicazioni ancora di de Marco, che conclude il suo editoriale su Avvenire del 14 giugno osservando: «Alla ricerca di nuovi modelli di testimonianza, la cultura cattolica deve apprendere da quest’ultima vicenda che, per esercitare un compito storico, ci vuole il coraggio d’individuare gli obiettivi, e la duttilità di modulare il confronto in rapporto ai fini».
   Si potrebbe introdurre anche un altro tema di riflessione, a sfondo politico: mai come questa volta si è potuto verificare che cosa significa il fatto che non c’è più, come al tempo degli altri referendum etici, un partito «cattolico» unitario, ossia quella forza per vocazione mediatrice e sbilanciata verso il progressismo, che evitava come la peste contrapposizioni fra laicisti o comunisti e cattolici e, se non ci riusciva, fungeva comunque da ammortizzatore. Chi mostra maggior nostalgia verso tale realtà non sono i cattolici, che si organizzati indipendentemente dalle forze partitiche — e questo dovrebbe far riflettere proprio in vista delle future consultazioni politiche e amministrative —, ma proprio gli sconfitti. Pare di sentire qualcuno di costoro, nelle sue amare meditazioni successive post-batosta, lasciarsi sfuggire: «con la DC tutto ciò — legge e referendum — non sarebbe successo…».
   Proseguendo l’esame degli aspetti correlati all’evento 12 giugno, si potrebbe anche dibattere la grave rottura con tutta una tradizione culturale e una prassi di difesa della vita che ha segnato il clamoroso, radicale e inaspettato outing del leader del partito, che dovrebbe incarnare la destra nazionale italiana, cui fa da pendant la reiterata e virulenta presa di posizione a favore dell’abrogazione di esponenti del governo di centro-destra, al quale si deve in ultima analisi l’introduzione della legge 40/04. Un atteggiamento inqualificabile e, nel caso di An, in aperta contraddizione — così come del resto anche la concessione di libertà di coscienza agli aderenti — con i documenti fondativi e identitari del partito.
   Un’ultima riflessione. La vittoria del 12 giugno tocca anche il tema dell’identità nazionale italiana. Come nel 1948, in questo 2005 pare ancora esistere e rivelarsi, quasi come un riflesso automatico, quando si tratta di «cose grosse», un’Italia profonda, poco visibile perché sommersa sotto idee, stili di vita, abitudini, modelli che non la rispecchiano. Anche se i toni sono stati tutt’altro che apocalittici, almeno dalla parte dei fautori del non voto, anche questa volta molti, moltissimi, hanno compreso che si trattava di scegliere su qualcosa di non trascurabile, dal sentore epocale, su qualcosa che suonava come campanello d’allarme dell’avvento di un futuro sempre meno umano e sempre più spietato verso il debole. Sembra quasi che nel DNA dell’italiano — e dell’italiana — quel substrato di senso comune, di amore alla vita e alla famiglia, che molte analisi sociologiche confermano come nostro carattere distintivo, costituisca uno zoccolo duro, qualcosa d’incomprimibile, che, anzi, se si tenta di schiacciarlo, reagisce scattando come una molla.

* * *

  Che fare, mi chiedo concludendo, dalla parte dei vincitori?
   In primis, da persona che lo ha subìto senza averlo invocato ed ex abundantia cordis, mi permetto di spostare l’attenzione su una cosa piccola e banale, cioè la necessità di controllare che chi ha promosso il referendum ne paghi le spese o, quanto meno, non riceva sussidi finanziari. Pare un’asserzione filistaica, ma, da cittadino e da contribuente, «scherzi» del genere non voglio proprio pagarli: il fatto che per il «sì» si siano schierati potenti di non piccolo calibro mi lascia dubitoso, che le regole siano applicate con rigore.
   In secundis, sulla medesima falsariga, gli organi preposti devono accertarsi che la legge n. 40, soprattutto ora che è stata «blindata» da un referendum fallito, sia applicata con scrupolo e rigore, verificando che quanto accade nei cento centri di assistenza alla procreazione e sotto le decine sigle apparse a favore del «sì» ricada entro i limiti della legge e che chi traligna sia punito.
   Per quanto riguarda il mondo cattolico, mi pare ci si sia trovati davanti a un soprassalto di slancio, non del tutto previsto, che occorre capitalizzare. La battaglia propagandistica svolta da numerose realtà associative e da singoli, giovani e meno giovani, laici o ecclesiastici, anche se condotta per forza di scelte strategiche in sordina, ha suscitato energie, figure, talenti che sarebbe disastroso lasciar spegnere. Ha indotto credenti e non credenti a una riflessione sulla vita non banale, che deve svilupparsi e trasformarsi in pedagogia collettiva. Su questo patrimonio prezioso occorre costruire, sia per meglio continuare a combattere la battaglia per il diritto alla vita, che è tutt’altro che terminata, sia per il futuro della Chiesa in Italia. L’unione intorno a un obiettivo comune, tralasciando per un po’ le diverse vocazioni e carismi, non escluse le divergenze e le «antipatie», segna a mio avviso, dopo questa positiva conferma, un’esperienza da proseguire, non solo nel campo del diritto alla vita e non solo fra cattolici. Suonano un po’ stonati quei corretti, ma troppo frettolosi, appelli a non lasciarsi tentare da chissà quale «barricata» o soluzione neo-temporalistica — qualcuno ha invocato il fatto che il paese ha bisogno di unità: ma perché allora non biasimare prima operazioni a beneficio di pochi e «ad alto tasso di divisività» nazionale, come il referendum del 12 giugno? —, che importanti intellettuali cattolici e influentissime testate periodiche — forse in un soprassalto di nostalgia per i tempi del partito «cattolico» — hanno lanciato pochi giorni dopo la vittoria, anche cattolica, del 12 giugno.
Infine, dopo un ragionevole periodo di «esercizio», la legge va migliorata dal Parlamento nei punti in cui è moralmente e tecnicamente più debole, cercando altresì di dare ancor più estesa applicazione alla salvaguardia dei diritti del concepito.
   In generale, non si deve abbassare la guardia nel confronto su temi bioetici, come la tutela dell’embrione, l’eutanasia: oggi il fronte su cui si scontrano post-modernità aggressiva e prospettive di mantenimento di un contesto umano non passa più per i grandi temi ideologici, né verte più sulle grandi strutture da cambiare, ma si combatte sul piano delle realtà umane o addirittura micro-umane, come la tutela della vita embrionale.
   La spesso scomposta reazione e i toni minacciosi — sono già stati tirati in ballo temi «sopiti», che non hanno nulla a che vedere con la vita, come il riconoscimento degl’insegnanti di religione, l’«8 per mille», il carcere per i parroci che fanno propaganda — di alcuni commenti poco «a caldo» degli sconfitti nei riguardi dell’Italia di Ruini» devono far riflettere: non possiamo escludere che tali minacce si traducano in fatti, la cui portata è oggi imprevedibile. Né si può escludere un inasprimento dell’anti-clericalismo o l’accentuazione dei toni anti-religiosi di altre sedicenti battaglie civili, come quella per il riconoscimento dei «diritti» degli omosessuali.

* * *


   L’Italia a venire si costruirà anche sul riconoscimento del diritto alla vita e invertendo trend culturali «di morte», come è accaduto, per grazia di Dio e per volontà della nazione, il 12 giugno 2005.
   Il conflitto fra identità profonda degl’italiani e prospettive contrarie a una visione dell’uomo su base religiosa sedimentata nei secoli — che si è rivelato quasi sessant’anni fa, quando all’identità nazionale artificiale si è prepotentemente contrapposta l’identità vera, e che ora torna puntuale — è un dato che le istituzioni, le centrali preposte alla formazione del carattere degl’italiani e le forze politiche devono tenere in gran conto nell’intervenire in futuro sulle strutture costituzionali del paese e nella politica «ordinaria»: non esistono piani di sviluppo di alcun tipo che possano disconoscere quel DNA e quell’Italia che ho evocato.
   Papa Benedetto XVI, recandosi in visita al Quirinale il 24 giugno, rivolto al Presidente della Repubblica Italiana, si è così espresso: «[…] la Chiesa desidera mantenere e promuovere un cordiale spirito di collaborazione e di intesa a servizio della crescita spirituale e morale del Paese, a cui è legata da vincoli particolarissimi, che sarebbe gravemente dannoso, non solo per essa, ma anche per l'Italia, tentare di indebolire e spezzare. La cultura italiana è una cultura intimamente permeata di valori cristiani, come appare dagli splendidi capolavori che la Nazione ha prodotto in tutti i campi del pensiero e dell'arte. Il mio augurio è che il Popolo italiano, non solo non rinneghi l’eredità cristiana che fa parte della sua storia, ma la custodisca gelosamente e la porti a produrre ancora frutti degni del passato. Ho fiducia che l’Italia, sotto la guida saggia ed esemplare di coloro che sono chiamati a governarla continui a svolgere nel mondo la missione civilizzatrice nella quale si è tanto distinta nel corso dei secoli. In virtù della sua storia e della sua cultura, l’Italia può recare un contributo validissimo in particolare all’Europa, aiutandola a riscoprire quelle radici cristiane che le hanno permesso di essere grande nel passato e che possono ancora oggi favorire l’unità profonda del Continente».

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