Le nostre cronache politiche sono agitate da un fenomeno nuovo: la sortita del «popolo dei
blog», animato da Beppe Grillo e caratterizzato da un’acre contestazione dell’attuale
establishment politico. Designata come «anti-politica», essa non sembra però mettere sotto accusa la politica in quanto tale, ma solo la sua gestione, e non esclude nemmeno di diventare essa stessa politica, vantando un potenziale di
«quattro milioni di voti», come sostiene il «sondaggista» Nicola Piepoli su
Avvenire del 4 ottobre scorso.
Ma si tratta davvero di qualcosa di nuovo?
Quanto meno per la volgarità dei termini e per il fatto di rivolgersi soprattutto «mediaticamente» a una piazza «virtuale» parrebbe di sì. E anche perché manifesta un rigetto così violento di un intero ceto politico — meglio: una «casta», come nel titolo del libro di Gian Antonio Stella —, accusato in blocco e senza mezzi termini di essere corrotto, incapace, costoso, clientelare e anti-popolare, come da anni non si vedeva.
Non c’è dubbio che vi siano buone ragioni perché si sia formato oggi un diffuso sentimento di disagio a livello popolare, che ora si va trasformando in movimento di opinione. Esse si possono riassumere, da un lato, nel crescente handicap della società italiana rispetto al resto dell’Europa e, dall’altro, nel drammatico degrado non solo della politica, ma anche della società e del costume sociale.
Tuttavia il nostro paese ha conosciuto altre stagioni di contestazione spontanea e radicale del potere.
Non estenderò il discorso ad altri Paesi — per esempio, per la Francia bisognerebbe citare obbligatoriamente il fenomeno, divenuto proverbiale, del cosiddetto poujadisme, nato nel 1953 in una provincia a opera di Pierre Poujade (1920-2003) come rivolta anti-fiscale ed estintosi nel 1958 — e senza addentrarsi in disquisizioni teoriche su che cosa siano anti-politica, populismo, qualunquismo — questione tuttora aperta e non semplice —, sintomi netti di rivolta contro la politica si possono rinvenire, per esempio, nelle manifestazioni popolari contro i partiti degli anni di Mani Pulite, il cui emblema sono rimaste le monetine lanciate contro il Capo del Governo di allora, il socialista Bettino Craxi (1934-2000), davanti all’hotel Raphael di Roma.
* * *
Manifestazioni di un risentimento «giustizialista» — uso il termine in senso generico, senza tirare in ballo il movimento fondato dal generale argentino Juan Domingo Péron (1895-1974) —, eccitato senz’altro dalla battaglia condotta dai giudici di Mani Pulite, ma anche «cavalcato» e rinfocolato — e forse anche talora impersonato — da quelle forze politiche riuscite a rimaner immuni dalle manette del pool milanese e che attendevano golosamente di riempire il vuoto di tutta una serie di tradizioni e di classi politiche al crepuscolo.
Ancora, forme tendenziali di «anti-politica» si possono intravedere nella galassia dei centri sociali, autentico serbatoio di rivolta giovanile, e nelle frange estreme, «anarco-insurrezionaliste» — i cosiddetti black-block o «casseurs» —, del movimento no global, entrambe viste all’opera a Genova nel 2001. Anche in questi ambiti non sono assenti sintomi di rigetto totale, non solo del «sistema» ma anche del metodo stesso democratico a vantaggio dell’uso gratuito della violenza.
Anche l’ascesa della Lega Nord negli anni Novanta si è nutrita di protesta anti-politica, ma per lo più in chiave regionalistica e con maggior concentrazione fra ceti produttivi autonomi.
Il prototipo di «anti-politica» è comunque il Fronte dell’Uomo Qualunque, fondato a Roma da Guglielmo Giannini (1891-1960) nel 1945, che avrà un grande successo nel secondo dopoguerra, riuscendo a raccogliere fino a oltre il 5% del totale dei voti. Significativamente Giannini sceglierà come emblema l’immagine di un inerme cittadino schiacciato da un torchio da stampa manovrato dal governo e come motto: «Questo è il giornale [prima del partito era nata la rivista L’Uomo Qualunque], dell’uomo qualunque, stufo di tutti, il cui solo, ardente desiderio, è che nessuno gli rompa le scatole».
Portatore di un mix di istanze anti-stataliste, anti-ideologiche, anti-comuniste — ma anche schiettamente anti-fasciste, per «nausea da regime» — e genericamente «di destra», l’ Uomo Qualunque si scioglierà nel 1958. Sopravvivrà però come categoria politologica: il «qualunquismo», un fantasma che le sinistre — e non solo — agiteranno per screditare ogni segno di possibile deviazione dal paradigma «costituzionale» che si profili all’orizzonte.
È vero che sin dall’Unità il potere in Italia presenta tratti consociativi ed elitari marcati. Il fascismo ne è l’apice, ma anche il regime democratico, quando i grandi partiti di massa governeranno con una base popolare molto ampia, manterrà ristretto il numero delle culture politiche ammesse nel «salotto buono» della Repubblica.
Per larghe fasce di popolazione italiana questa condizione — ben espressa dall’immagine di un «Paese reale» contrapposto a un «Paese legale» — si è rivelata a tratti intollerabile. Se alla fine dell’Ottocento vediamo ancora verificarsi moti di piazza a Milano, in democrazia la protesta «anti-politica» s’incanala in forme costituzionali e pacifiche, però non viene meno. Anche perché il consociativismo in età monarchica e poi in età repubblicana è scandito da ininterrotti scandali politici, dalla Banca Romana (1892-1894), ai cosiddetti «profitti di regime» del periodo fascista, al caso dell’omicidio di Wilma Montesi (1932-1953), all’«affare Lockheed» (1976), alle «Coop rosse», a Tangentopoli, per nominarne solo alcuni.
I fenomeni descritti sono rientrati presto tutti all’interno della dialettica politica «normale»: all’Uomo Qualunque sarà fatale la vittoria anti-comunista del 18 aprile 1948 sì che nel 1958 confluirà nella Dc, mentre il suo elettorato migrerà verso l’area monarchica e missina; la base di Mani Pulite si riconoscerà nella «gioiosa macchina da guerra» allestita dal Pds di Achille Occhetto per le elezioni politiche del 1994, dove però subirà una sonora batosta a opera della neonata Forza Italia; la incipiente costituzionalizzazione dei vari «disobbedienti», come Caruso e Casarini — anche se i «black block» ne rimangono fuori — è anch’essa eloquente.
In questa prospettiva un pronostico riguardo al popolo dei «grillini» sarebbe dunque facile. L’esiguo spessore culturale e la mancanza di un leader politico vero — se Giannini era un commediografo e un regista, Grillo è un comico e un entertainer — rendono di fatto i «grillini» una preda appetibile per quelle forze assai abili nel riassorbire dialetticamente la «devianza».
Se così non sarà, la sacca di risentimento che il «fenomeno-Grillo» esprime — e che viene da lontano — si perpetuerà, forse con qualche reazione a titolo «interlocutorio» da parte dei politici, che però, se lo deluderà, farà crescere ulteriormente il «popolo dei blog» e accentuerà i toni della protesta «anti-politica».
Il rischio già adesso è di fare in ogni caso il gioco di quell’elitismo giacobineggiante e dirigistico, poco amico delle piazze e delle aule parlamentari, che caratterizza il «nocciolo duro» dell’attuale ceto di governo.