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a cura dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale


(28 aprile 2009)

Il 25 Aprile a una svolta?




Alcune delle celebrazioni – forse le più importanti – della Liberazione di questo 2009 hanno avuto toni indiscutibilmente nuovi.
Come scrivevo alla vigilia, da parte della Presidenza del Consiglio si annunciavano segnali, che hanno trovato conferma nel bel discorso che Silvio Berlusconi ha tenuto a Onna, la cittadina in provincia de L’Aquila che ha subito il maggiore danno dal terremoto delle scorse settimane.
Ma anche gl’interventi dell’ex dirigente comunista e attuale Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano hanno avuto accenti inusitati. Mentre, al contrario, le piazze in cui il 25 Aprile tradizionalmente rivive con maggior calore hanno confermato anch’esse le previsioni, adottando cioè – forse con un po’ meno di fiamma – il solito lo stile radicale e para-rivoluzionario.
Segni nuovi, dunque, forse pochi ma apprezzabili. Soprattutto è piaciuta la decisione del Presidente del Consiglio – e anche quella, per esempio, del Presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni – di partecipare dopo i non pochi forfait degli anni scorsi alle celebrazioni. E anche la scelta di Onna, con cui Silvio Berlusconi da un lato a scelto – forse emblematicamente – la vicinanza al popolo vero – fra l’altro vittima nel 1944 di una sanguinosa rappresaglia tedesca – e più sfortunato e, dall’altro, si è svincolato elegantemente dall’invito, tanto paternalistico quanto inconsistente, formulatogli dal segretario nazionale del Pd di intervenire alla cerimonia milanese, tradizionalmente la vetrina più vistosa, ma anche la più accesa per i suoi toni anti-governativi.
Di sicuro Berlusconi non è secondo a nessuno nel fiutare i tempi propizi, le opportunità e i rischi che una situazione concreta offre ha capito che l’antagonista ha le ali spuntate e che il Paese è stanco – le è sempre stato allergico, ma oggi non ne può più – di ideologia. Ha anche compreso che finalmente, almeno sotto certe condizioni, si poteva cominciare a imprimere qualche correzione all’immagine oleografica inerzialmente riproposta dal potere culturale e dalle forze di sinistra, ma sempre più erosa sul piano scientifico, come dimostrano i molti libri a grande diffusione di Giampaolo Pansa e le ricerche degli studiosi della Resistenza sempre più foriere di nuovi dati e di diverse prospettive interpretative. E che si poteva cominciare a ridurre nel 25 aprile la sua valenza e carica rivoluzionarie e a sottrargli quel carattere improprio e partigiano impressogli, peraltro, da un partito, quello comunista, che non c’è più e sul cui peso organizzativo vivono ancora illegittimamente di rendita i suoi stanchi epigoni.
Così il Presidente del Consiglio si è, come in altre occasioni, buttato: il suo discorso a Onna può essere considerato una svolta – si badi bene: una piccola svolta, anche se reale –, una non lieve «sostituzione di paradigma» nella lettura ufficiale dell’evento.
Che cosa ha detto Berlusconi? Il primo passaggio, «[…] ricordare gli orrori dei totalitarismi», in cui pone sullo stesso piano fascismo, nazionalsocialismo e comunismo, non è da considerare così scontato, anche a livello scientifico, ed è meritorio averlo incluso in un discorso pubblico così delicato. Quindi l’accenno al doveroso riconoscimento del sacrificio dei giovani soldati alleati di molti Paesi che hanno sconfitto l’esercito germanico. «Senza di loro – “osa” affermare il premier a soli tre giorni dalle dichiarazioni di Napolitano sul peso “determinante” della resistenza partigiana –, il sacrifico dei nostri partigiani avrebbe rischiato di essere vano». Non mi soffermo sul richiamo al dovere di pietà per i caduti della «parte sbagliata» perché è ormai rituale un po’ ovunque: mi piace sottolineare invece il passaggio del discorso secondo cui «una nazione libera […] non ha bisogno di miti. Come per il Risorgimento, occorre ricordare anche le pagine oscure della guerra civile, anche quelle nelle quali chi combatteva dalla parte giusta ha commesso degli errori, si è assunto delle colpe». Ecco, qui, oltre alla frecciatina sull’abuso della mitologia resistenziale, una chiara novità che apre una discussione sulle ombre non solo della Resistenza – «[…] un esercizio di verità, […] un esercizio di onestà» –, ma anche su quelle del Risorgimento, cosa davvero tanto importante, quanto probabilmente «scandalosa» per molti e diversi palati. Sappiamo bene quanto attento sia Berlusconi nel piazzare i suoi «affondo»: se lo ha fatto, evidentemente si è sentito di poterlo fare, di poter cioè opporre molta e buona letteratura storica all’avversario.
Anche la successiva menzione fra i co-protagonisti, a fianco dei partigiani, dell’Esercito del Sud, della Brigata Ebraica dell’Ottava Armata britannica, del brigadiere eroico Salvo D’Acquisto, dei soldati italiani deportati in Germania, dei semplici cittadini che rischiarono la vita per compiere piccoli gesti di appoggio alla lotta di liberazione o per salvare vite di concittadini di religione ebraica pare un elemento non irrilevante, perché mina alla radice il monopolio che i partigiani rossi hanno sempre imposto sulla Resistenza. E non ultimo – udite, udite – il Presidente ha voluto ricordare il ruolo speciale che ebbero gli ecclesiastici e i religiosi nel sacrificarsi per salvare vite umane.
Gli accenni alla Costituzione del 1948 sono chiari e deferenti – su di essa si «[…] fonda la nostra libertà» –, ma non la beatificano né la mummificano. Atto grandemente saggio e benefico, soprattutto perché in esso rifulse – insolitamente – uno spirito unitivo piuttosto che divisivo fra le varie forze politiche, la Carta è stata comunque un frutto dei tempi e di tempi di grandi tensioni e, dunque, il frutto di un compromesso, senz’altro lodevole, anzi il migliore possibile allora. Tuttavia, ha dei limiti: non solo perché il patto di compromesso era avvenuto tra forze politiche – per esempio i «cattolici democratici» erano una minoranza all’interno del mondo cattolico anche se, proprio perché unici legittimati in quanto riconosciuti sicuramente antifascisti, monopolizzavano la rappresentanza in sede costituente – che non riflettevano il sentire della totalità della popolazione, ma anche perché allora «fu […] mancato l’obiettivo di creare una coscienza morale “comune” della nazione, un obiettivo forse prematuro per quei tempi, tanto che il valore prevalente fu per tutti l’antifascismo, ma non per tutti l’antitotalitarismo. Fu il portato della storia, un compromesso utile a scongiurare che la Guerra Fredda che divideva verticalmente l’Italia non sfociasse in una guerra civile dagli esiti imprevedibili». Un grande momento unitario, che però «oggi, 64 anni dopo il 25 aprile 1945 e a vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino» ci deve spingere a «[…] costruire finalmente un sentimento nazionale unitario».
Chiara la critica: lo strabismo delle forze di governo del dopoguerra, che hanno visto il pericolo di una rinascita del fascismo senza avvedersi – o volersi avvedere – della enorme insidia del comunismo internazionale, nonché l’indicazione della necessità di sanare uno squilibrio che oggi non ha più senso, soprattutto dopo il «fatale» 1989.
Di qui l’appello finale a trasformare la festa della Liberazione in festa della libertà, includendovi tutto ciò che ha avuto, ha e che potrà avere un ruolo positivo in questa prospettiva. Cioè facendo riferimento a un valore fondante – non l’unico possibile, ma senz’altro vero – che va al di là della politica e si salda direttamente al sentire del popolo. La premessa è naturalmente privare la ricorrenza del «[…] carattere di contrapposizione che la cultura rivoluzionaria le ha dato, e che ancora “divide” piuttosto che “unire”». Bisogna dunque tornare a una festa del popolo, di tutto il popolo, rispettandone, nel retto spirito del 25 aprile, la volontà, quella volontà che ha imposto all’Italia, la forma repubblicana, che ha mandato – mi permetto di aggiungere – all’Assemblea Costituente una maggioranza di rappresentanti dei partiti moderati, e che, infine, il 18 aprile 1948 – Berlusconi pare essere l’unico personaggio politico di peso a ricordarsi della vittoria anticomunista di quel lontano aprile e ad apprezzarla – ha sancito plebiscitariamente una celta di campo decisiva e irrevocabile: «con la vittoria di De Gasperi, il popolo italiano si riconobbe nella tradizione cristiana e liberale della sua storia».
Questi mi sembrano i passaggi più significativi di quella piccola svolta che mi sono sentito di rilevare e di descrivere. Certo, vi sarebbero anche punti meritevoli di critica, come, per esempio, l’insistenza sulla libertà come valore supremo e non relativo – il primo valore, in politica, è il bene comune e non è sempre detto che esso coincida con la libertà e con la pace –, nonché l’accomunare cristianesimo e ideologia liberale, cose in realtà non poco eterogenee: ma, si sa, il nostro premier è un liberale e un liberista, anche se per fortuna non un liberale ideologico, alla Piero Gobetti, per intenderci.
Così pure riservare l’intento di difendere l’«onore della patria» e la «fedeltà a un giuramento» ai soli combattenti antifascisti: in realtà quelli della «parte sbagliata» – uso l’espressione senza ironia – ebbero solo un’altra, ma non meno degna – soprattutto con il «senno di allora» –, nozione e del primo e della seconda. Un sentimento spesso ancora più forte, se vogliamo: nell’autunno del 1943 infatti era difficile non intuire quali sarebbero state le sorti della guerra, come pure non vedere il pericolo che si profilava dietro le armate anglo-americane, cioè il trionfo del comunismo sovietico – un trionfo che nel 1945 fu reale e di straordinaria portata –, che impose per non meno di cinquanta-settant’anni la tragedia del socialismo reale a nobili ed antichi Paesi d’Europa.
Comunque, il discorso del premier non pare un’esternazione di circostanza, ma un documento importante, un netto segnale di un clima in via di cambiamento.
Non che il percorso che Berlusconi sbozza sia facile. I coaguli divisivi e ideologici sono meno densi di ieri ma ancora tenacissimi e, quindi, sono poche, a mio avviso, le speranze che la classe politica possa a breve dare segni di mutamento. Certo, è una classe politica dagli ampi limiti, ma senz’altro di positivo c’è che è meno ideologizzata della precedente e chissà… Ancora, l’appello unitario di Silvio Berlusconi pare «incontrare» a livello popolare: abilità del «messaggio», stanchezza della gente per i troppi luoghi comuni, desiderio di una guida «forte» e di cose concrete sono tutti fattori favorevoli a che non venga vanificato.
Aspettiamo il 25 aprile 2010 per riparlarne.





Pèriplo







a cura di
Oscar Sanguinetti


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