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a cura dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale


(16 gennaio 2008)

Quale manifesto dei valori e per quale riformismo?



Alfredo Reichlin


Il neonato Partito Democratico sta elaborando un manifesto dei valori cui la formazione politica guidata da Walter Veltroni si ispira e ispirerà la sua futura azione politica ed eventualmente di governo.

La piattaforma valoriale in fieri dovrebbe quindi indicare le ragioni profonde del riformismo di matrice democratica, nonché la sua posizione rispetto alla tradizione culturale e alla storia della sinistra italiana, area generale in cui si colloca. Sotto entrambi gli aspetti il Pd dovrebbe — stanti le molteplici dichiarazioni in tal senso — porsi in una situazione di discontinuità con il passato.

Mission riformista, metodo democratico pieno, presenza non insignificante di cattolici, mal si concilierebbero infatti con il riallacciarsi a tradizioni marxiste gramsciane, a «vie nazionali al socialismo», a una concezione ideologica della politica di sinistra.

Quello che resta difficile da capire è se vi sia davvero la volontà — apparentemente meno da parte degli aderenti che da quella dei vertici — di rompere con un habitus politico ormai irricevibile.

Il dubbio non è certamente dissipato dal vedere alla testa della Commissione che ha per finalità definire i «valori», cui si ispirerà la nuova formazione, la presenza di un personaggio come Alfredo Reichlin.

Senza voler tranciare giudizi definitivi sull’uomo, né sulla sua evoluzione culturale, né sulla genuinità dei suoi intenti attuali, ma solo esprimere qualche considerazione in relazione al problema indicato, è un fatto che oggi nessuna figura — tranne forse quella di Massimo D’Alema — pare in contrasto con il nuovo e da tutti auspicato corso come la sua.

Se guardiamo al suo curriculum politico, vi vediamo riflessa la tipica, paradigmatica figura del militante e dirigente comunista italiano del dopoguerra. Reichlin è un uomo della seconda generazione di dirigenti comunisti italiani: non più la generazione della lotta antifascista, della clandestinità, dell’operaismo, ma quella dei giovani intellettuali romani degli ultimi anni della Resistenza e della fondazione del «partito nuovo» togliattiano: la generazione degli Amendola, degli Ingrao, dei Di Giulio, degli Alicata, dei Bufalini, dei Pecchioli, dei Macaluso, dei Rodano, dei Napolitano. Personaggi pressoché tutti di estrazione borghese, approdati all’impegno politico a sinistra soprattutto grazie alla forza persuasiva dell’ideologia marxista-gramsciana. Un gruppo politico omogeneo e raffinato, dalle caratteristiche peculiari anche all’interno del mondo comunista: quasi una congregazione di fini intellettuali consacrati all’idea rivoluzionaria, anche se «all’italiana».

* * *

Reichlin, pugliese, nasce nel 1925: ha dunque oggi 83 anni. Prima dei vent’anni è a Roma, membro della Resistenza. Nel 1946, come Giorgio Napolitano — altro intellettuale meridionale —, si iscrive al Pci, dove percorre la carriera fino ai vertici. Vice-segretario della Federazione Giovanile Comunista, nel 1955 entra a l’Unità, di cui nel 1958 diventa direttore. Negli anni Sessanta si avvicina alle posizioni di Pietro Ingrao, le più a sinistra nel partito. Nel dicembre del 1963 è cooptato nella Direzione del partito e nel 1968 è eletto deputato. Durante gli anni Settanta fa parte della Direzione Nazionale del partito e collabora con Enrico Berlinguer. Successivamente è favorevole alle trasformazioni del partito da Pci in Partito Democratico della Sinistra (Pds) prima e da Pds in Democratici di Sinistra (Ds) poi, e infine da Ds in Partito democratico. Ultimamente è stato membro della Presidenza del Comitato Politico della Direzione Nazionale dei Democratici di Sinistra e dirige il Cespe, il Centro Studi per l’Economia, istituto promosso dal Pci e diretto per diversi anni dall’economista e deputato comunista Eugenio Peggio (1929-1990).

Dunque Reichlin è stato autorevole esponente di un partito politico di estrema sinistra, che non ha mai sconfessato la sua vocazione collettivista e rivoluzionaria, anche se in forma di «via nazionale al socialismo»; è stato inquadrato nelle organizzazioni internazionali di casa-madre moscovita, è stato parte di un ingranaggio che, nonostante le sue peculiarità dovute al fatto di operare nel centro della cristianità e nel Paese più antico del mondo, fino al 1989 — se non oltre — integrava in pieno la poco «gioiosa macchina da guerra» della rivoluzione comunista mondiale. Per inciso l’equazione morale spesso invocata contro ex comunisti ed ex fascisti non tiene: il Movimento Sociale Italiano — da cui prenderà le mosse in seguito Alleanza Nazionale — presentava un personale politico di certo nostalgico dell’esperienza fascista, ma si trattava di un’esperienza storicamente, militarmente e giudiziariamente chiusa e non più riproponibile.

Militare fra i comunisti, viceversa, significava far parte di un mondo ben «vivo e vitale» almeno fino alla soglia degli anni Novanta e tuttora dai residui multiformi e tenaci. Le corresponsabilità dei pur sofisticati comunisti italiani rispetto al monstrum rappresentato dall’impero sovietico, in strenua lotta contro la libertà dei Paesi occidentali, sono state dunque sincroniche e reali, anche se per lo più — che non vuol dire «solo» — politiche e morali. Nel caso del neo-fascismo si può invece parlare al massimo di simpatia ideologica di fondo e di progetti di rilancio di una realtà — o solo di elementi dottrinali, forse dei più utopici, di essa — divenuta irrimediabilmente parte del passato, non solo in concreto, negli uomini e nelle cose, ma anche come modello e come metodo.

Ora, Reichlin — come tutta la classe dirigente ex comunista — pare aver ottenuto non solo la piena assoluzione per questa oggettiva corresponsabilità, che investe la maggior parte della sua parabola esistenziale, ma sembra aver conseguito una sorta di patente di «riformista di punta», che finisce talvolta per contrapporlo alle ali estreme della sinistra interna ed esterna al Pd.

Eppure, se si leggono le sue recenti prese di posizione, le frequenza dei richiami a quella cultura politica, rivelatasi largamente perdente e ormai di un altro tempo, è addirittura sconcertante.

* * *

Colgo alcuni spunti — senza troppa sistematicità — dagli articoli che pubblica frequentemente sul sito dei Ds, <www.dsonline.it>, e su Argomenti umani, la rivista dell’Editoriale il Ponte di Milano, di area Ds, del cui Comitato di Direzione è membro: mi pare che vi si possa ravvisare l’essenziale per capire il soggetto.

Per esempio, nella relazione introduttiva al seminario Politica e lavoro: verso il Partito democratico, organizzato dalla rivista a Roma il 22 febbraio 2007 (1), bolla l’avversario politico come responsabile unico di fenomeni quali «[…] il saccheggio dei beni pubblici, l’egoismo sociale, l’avvento di un mondo volgare di arricchiti, contornati da vallette e puttane, mentre il lavoro è soltanto merce precaria dove la scienza è ridotta al lumicino e la cultura è quella cosa avvilente che vediamo la sera in televisione» (2). In Italia continuano a regnare i «poteri forti» degli anni di Togliatti: «il Vaticano, il padronato e anche la destra americana» (3).

Ancora, oggi «[…] persino la natura umana […] sta cambiando» (4) e va assecondata.

L’Italia è «[…] un Paese straordinario che ha saputo parlare nel passato al mondo intero con il linguaggio non di una, ma di due civiltà universali: Roma e il Rinascimento» (5) e che ora è in crisi perché purtroppo al suo interno esiste «[…] una destra che spara a zero contro chi cerca di dare all’organismo italiano un’ossatura politica e morale, di ricomporre il suo tessuto sociale lacerato, di restituire alla nazione una nuova idea di sé e del futuro» (6).

Bisogna prendere consapevolezza — scrive nell’editoriale di Argomenti umani dell’ottobre 2007 Contro chi. Contro che cosa — della «[…] catastrofe [che] ha rappresentato l’avvento al potere del populismo e la crisi della democrazia dei partiti» (7).

Il succo del suo discorso traspare abbastanza chiaramente da questo passaggio del precedente articolo: «Io penso che noi […] dovremmo porci la stessa domanda che si pose Togliatti sbarcando sessanta anni fa in Italia. La domanda era: poteva un partito leninista non a parole, cioè modellato da rivoluzionari di professione e concepito per la lotta clandestina e la presa del potere, essere lo strumento in grado di aprire quella nuova fase della storia italiana e di guidare la democratizzazione di un Paese il cui spessore reazionario (la Chiesa, il moderatismo, i resti di feudalesimo) era così profondo? Di qui l’idea di un partito nuovo in grado di parlare alle grandi masse di allora la cui coscienza oscillava tra la sottomissione servile verso il padrone e l’impulso cieco alla rivolta. […] Insomma un partito nuovo, popolare e di massa» (8). E in questo bisognava coinvolgere naturalmente quelli che ancora denomina «i compagni del sindacato» (9).

A proposito dei rapporti con i cattolici, nell’articolo Tentazione manichea, apparso nel sito dei Ds il 6 ottobre 2005, dopo essersi riconosciuto «figlio della sinistra storica e non credente», si chiede «[…] se certi cardinali si rendono conto di quale pericolo rappresenta per la Chiesa la tentazione manichea. La fede contro il relativismo. Dove per relativismo si intende il grande pensiero moderno, da Cartesio all’illuminismo, il quale viene confuso con il nichilismo e con la negazione di ogni verità e ogni valore. Cioè con qualcosa che è il contrario della sua sostanza che è stata quella di dare alla ragione umana un fondamento che non pretenda di sottrarsi al divenire del mondo. Si può criticare questo pensiero ma è difficile negare che esso ha posto la coscienza umana di fronte a nuove responsabilità, più alte, rispetto alla precettistica delle filosofie medievali» (10).

Per lui l’alternativa è «fede contro relativismo, fede contro ragione. E, in fondo, fede contro fede». «[…] Su questa base — prosegue immaginificamente — […] si sta formando una nuova destra. Gli “atei devoti” che fanno leva sulle paure della gente per proclamare la necessità di una (oltretutto impossibile) società chiusa: una sorta di “fortezza bianca” che innalza il vessillo delle crociate contro gli infedeli»: «da un lato una società chiusa, dall’altro la ricerca faticosa di una nuova società mondiale, aperta». E invece: «Io parto da Gramsci». «[…] Sarebbe l’ora che i nipotini di Gramsci si domandassero se il compito loro non sia […] di mettere in campo un pensiero diverso da quella potente ideologia cosiddetta liberista che non solo distrugge il legame sociale e proclama l’individuo come unico soggetto storico ma fa del mercato non un misuratore dell’efficienza ma il decisore pressoché assoluto del destino di ogni essere vivente, ricco o povero, bianco o nero. Questo è il problema». «Uno sforzo di ridefinizione del terreno storico-politico e quindi dei conflitti, delle contraddizioni, dei rischi e dei dilemmi reali su cui le forze del progresso e quelle della conservazione si affrontano e concretamente si nominano»: è «[…] questo il compito della sinistra dopo il Novecento, cioè dopo il secolo dell’emancipazione del lavoro. Operare per estendere il campo della libertà umana»: «questa [è] l’idea che può fondare una nuova alleanza con il mondo cattolico. È l’alleanza per una democrazia meno astratta, ingiusta, formale priva di valori etici».

Colpisce poi — perché riecheggia tranquillamente prospettive malthusiane ed engelsiane, smentite da decenni e poco simpatiche ai cattolici — l’osservazione secondo cui: «[…] in questa terra che, osservata dai satelliti ci appare così piccola e fragile, una specie, la nostra, è diventata tanto numerosa e tanto potente da costituire una minaccia per la sopravvivenza della vita sul pianeta».

Infine la proposta: «Penso però alla straordinaria importanza che avrebbe l’apertura di un nuovo dialogo tra la sinistra e quelle forze le quali sentono che è tempo di rivivere la rivoluzione cristiana come ricerca, come cammino, come spinta alla pace tra gli uomini e alla convivenza tra loro e quindi come qualcosa di natura incompatibile con l’integrismo. Perché, dice il cardinal Martini, “esiste anche un relativismo cristiano che consiste nel leggere tutte le cose relative al momento in cui tutta la storia sarà palesemente giudicata”». E si noti, fra parentesi, l’eloquente — e ormai paradigmatico per una certa sinistra — riferimento «iconico» all’ex arcivescovo di Milano… come se costui avallasse un accostamento «relativistico» alla fede!

* * *

Le analisi di Reichlin, come quasi sempre avviene con i marxisti, si rivelano idonee a cogliere in gran parte i fenomeni — e i loro risvolti critici — che si profilano all’orizzonte della nostra società hic et nunc. Per esempio, quando — nel citato Contro chi. Contro che cosa — scrive che oggi si assiste a «[…] una crisi del Paese che non è economica ma dell’identità della nazione italiana, del suo profilo storico, perfino del suo ruolo nel mondo. È il suo tessuto sociale e culturale che si sta sfilacciando» (11) è nel vero. Sotto questo profilo — non voglio fare il critico totale — il suo apporto è dunque apprezzabile: però la lettura che dà della situazione e le conseguenze politiche che ne trae sono ancora troppo ideologizzate, troppo approssimative, troppo il prodotto di quel sociologismo superficiale e strumentale che affligge in radice il marxismo: quindi francamente non condivisibili. Per esempio che dire riguardo all’affermazione che l’Italia pre-unitaria è solo un «antico mosaico di caste e di staterelli» (12)?

Dai pochi scampoli di prosa che ho proposto emerge evidente una visione dei rapporti sociali, della nazione, del ruolo dello Stato che risente ancora troppo di vecchi principi e di stilemi inveteratamente togliattiani che la realtà ha condannato — con buona pace di ogni «rifondatore» del comunismo — irreparabilmente: e questo sedimento del passato rischia di viziare ab origine il partito che nasce.

Quale «manifesto dei valori» e per quale riformismo può scaturire dai cliché ideologici che affliggono ancora l’anziano coordinatore della delicata operazione che deve definire l’identità valoriale della futura «sinistra» politica? Che speranze vi sono che si possa davvero voltar pagina? Affidare un compito così delicato a un ex alto funzionario comunista non ha un sapore di operazione «pilotata» e, quindi, in ultima analisi, tendenziosa, della quale non è male diffidare?



Note

(1) Cfr. <http:// www.gliargomentiumani.com/ siti/ sito_gliargomentiumani/ upload/ documenti/ 43239_AU_03-04_2007_-_rivista_intera.pdf >, pp. 24-31.
(2) Ibid., p. 24.
(3) Ibid., p. 26.
(4) Ibidem.
(5) Ibidem. Si noti, per inciso, il «buco» di dieci secoli, i quali per Reichlin, con tutta evidenza — e con corrispondente mio sconcerto —, non contano…
(6) Ibidem.
(7) Cfr. <http:// www.gliargomentiumani.com/ siti/ sito_gliargomentiumani/ upload/ documenti/ 27607_AU_10_2007_sito.pdf >, p. 7.
(8) Ibid., p. 27.
(9) Ibidem.
(10) <http:// www.dsonline.it/ gw/ producer/ dettaglio.aspx?ID_DOC=28318>. Si noti, per inciso, il «più alte», in cui si ravvisa il tratto tipico della «filosofia della prassi» di riflettere molto sul piano volontaristico, ma nulla sotto il profilo dell’essere.
(11) Art. cit., p. 9. Proprio in questi giorni il presidente della Conferenza Episcopale Italiana, cardinale Angelo Bagnasco, nella sua prolusione alla sessione invernale del Consiglio Permanente, ha espresso considerazioni analoghe: cfr. «Non credo di sbagliare se dico che […] l’Italia […] si presenta sempre più sfilacciato, frammentato al punto da apparire ridotto addirittura «a coriandoli», avvertono gli esperti» (Vogliamo aiutare l’Italia a riprendere il cammino, in Avvenire. Giornale quotidiano di ispirazione cattolica, 22-1-2008, n. 4).
(12) Ibidem.





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