RECENSIONI
DEREK BEALES e EUGENIO F.[EDERICO] BIAGINI, Il Risorgimento e l’unificazione dell’Italia, il Mulino, Bologna 2005, pp. 260.
L
e polemiche sul revisionismo storico in generale e sul Risorgimento in particolare hanno attirato da alcuni anni l’interesse del grande pubblico su argomenti d’importanza non secondaria per la storia d’Italia, nell’oblio fino a non molto tempo fa — come il tema della grande Insorgenza antigiacobina e antinapoleonica (1796-1814) — o affrontati in modo mistificatorio da parte della storiografia egemone. La produzione storiografica al riguardo ha offerto lavori disomogenei per quantità e per qualità, studi innovativi e altri che si presentano come tali ma finiscono per reiterare vecchie tesi sotto una forma diversa.
Fra questi rientra il libro di due storici di Cambridge — Derek Beales è professore emerito di Storia moderna ed Eugenio Biagini vi insegna Storia moderna inglese ed europea —, che presentano per il Mulino la nuova edizione di un libro di Beales, del 1971, rivisto e ampliato considerevolmente nonché integrato da Biagini con quattro nuovi capitoli e l’epilogo.
Gli autori, guardando le vicende storiche italiane «dal di fuori», distinguono fra il Risorgimento e l’unificazione italiana vera e propria: il primo, identificato con un processo culturale, cioè «una fase della “rinascita” nazionale» (p. 8), che essi fanno risalire alla metà del secolo XVIII con l’Illuminismo e l’età delle riforme e terminare con la fine del governo della Destra nel 1876; la seconda, considerata «una faccenda di guerra e diplomazia, più o meno realizzata nel giro di due anni» (p. 8). Pur osservando che «[...] stabilire la precisa relazione tra Risorgimento e unificazione sia un compito estremamente arduo» (pp. 8-9), essi ritengono che l’unificazione sia stata il risultato dello sforzo congiunto di guerra e diplomazia fra il 1858 e il 1860 piuttosto che lo sviluppo pacifico di una «coscienza nazionale». Decisivi furono la sconfitta dell’Impero d’Austria nel 1859 e l’azione di Camillo Benso, conte di Cavour, che «[...] dominò e ingannò il suo governo [...] corruppe i giornali [...] manipolò le elezioni» (p. 148) e agì infine con grande spregiudicatezza sulla scena della politica internazionale.
Lo scopo del libro è essenzialmente quello «[...] di dare un breve quadro della storia italiana dalle origini del Risorgimento alla realizzazione dell’unificazione, con speciale riferimento al rapporto tra il movimento nazionale e la creazione del regno d’Italia» (pp. 14-15). Dopo un’Introduzione in cui espongono la condivisibile valutazione — che li allontana dalla tradizione principale della storiografia italiana — dell’importanza relativa che il Risorgimento, inteso come processo culturale, ha avuto sugli avvenimenti che hanno determinato l’unificazione politica della Penisola, il libro segue le classiche ricostruzioni storiche.
Agli inevitabili capitoli sulla Restaurazione, sui moderati, sulle rivoluzioni del biennio 1848-1849, sul «decennio di preparazione» sabaudo e sull’unificazione nazionale, vengono affiancati due capitoli più esotici, l’uno sul Risorgimento artistico e letterario, l’altro sul ruolo delle donne nel Risorgimento.
Se da un lato il libro è impreziosito dall’attenzione prestata, pour cause, ai lavori degli storici anglosassoni sul tema, dall’altro lato la lettura è resa sgradevole da una serie di osservazioni moralistiche che stonano sulla penna di uno storico, come quelle a proposito del Regno di Sardegna prerivoluzionario — la cui amministrazione è definita competente «nonostante il clericalismo e l’oscurantismo» (p. 50) — o dello Stato Pontificio, i cui cittadini «[...] erano destinati a subire un governo incompetente e illiberale» (p. 66); o, ancora, sul «[...] dispotismo religioso, che aveva oppresso l’Italia per tanti secoli» (p. 40) o sull’Insorgenza, ridotta all’azione di «un esercito di fanatici religiosi (i cosiddetti “Viva Maria”)» (p. 41), fino alla «chicca» delle leggi Siccardi, «un passo importante verso la modernizzazione dello stato» (p. 150), «[...] il grande inizio di un modesto Kulturkampf italiano, prodotto più dall’intransigenza della gerarchia ecclesiastica che da qualsiasi agenda anticattolica da parte dello stato» (p. 151).
Francesco Pappalardo
[25.4.2006]